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Oltre gli interessi dei pochi 

A fronte dello spettacolo indecoroso della partitocrazia italiana che ha caratterizzato un periodo di trattative per il varo del nuovo Governo, non pochi interrogativi sono stati ingenerati all’interno della opinione pubblica e del dibattito degli osservatori esterni ai palazzi del potere. Un primo interrogativo merita qualche riscontro: il vecchio binomio “destra-sinistra”, costitutivo della vecchia politica, in fase di dissolvimento totale, può essere letto come il sintomo inquietante di una crisi sistemica in ambito politico?

In particolare, nonostante l’autorevole e ricorrente richiamo alla comune responsabilità dell’attuale presidente della Repubblica, la diade destra-sinistra non è riuscita a costruire un minimo di spessore politico e programmatico al dibattito preparatorio alla soluzione della crisi – ammesso che per amor di patria – di dibattito si sia trattato. In sostanza vale ancora la pena, oggi, di parlare di destra-sinistra. È dai tempi della rivoluzione francese che la distinzione sinistra-destra struttura il discorso politico europeo.

Quella di allora era una divisione spaziale dal significato politico assai circoscritto, che in termini di identità politica si limitava a separare i favorevoli dai contrari alla monarchia. A distanza di oltre due secoli questa distinzione è ancora rilevante nel discorso politico contemporaneo? Alcuni autorevoli studiosi della politica affermano, da qualche decennio, che “il liberismo è di sinistra” sostenendo che esiste ormai una “confusione” di confini fra destra e sinistra e sviluppano la tesi che – paradossalmente – proprio il liberalismo economico sarebbe in grado oggi a far raggiungere al nostro Paese quegli obiettivi di giustizia sociale e di eguaglianza delle opportunità che hanno sempre rappresentato il fine ideale della sinistra.

L’ulteriore approfondimento sulla coppia concettuale destra-sinistra ci condurrebbe all’inevitabile interrogativo se questa distinzione sia ancora rilevante nel discorso politico contemporaneo. Il dato rilevante, comunque certo, che il panorama politico attuale ha decretato la “fine delle ideologie”. Le grandi visioni ideologiche che per i primi tre quarti del novecento hanno strutturato la società, l’economia e la politica, conferendo senso e idealità utopiche a più di una generazione e identità politica alle masse si sono senza dubbio affievolite.

Questo processo ha investito anche la rilevanza delle fratture sociali – in primis quella di classe e religiosa – che fino agli anni settanta erano state alla base della formazione dei grandi partiti di massa e per decenni avevano orientato gli atteggiamenti politici ed i comportamento elettorali cittadini. L’attuale vuoto politico postideologico ed il conseguenziale fenomeno del voto ” in libera uscita”, del populismo senza pensiero e credibilità, della rissa interpersonale al posto del dialogo, ha svuotato completamente la politica italiana della sua nobile funzione di servizio per la promozione del bene comune.

Non poteva essere diversamente se, come abbiamo più volte sottolineato, gli attori fondamentali del processo formativo per l’impegno sociale e politico delle giovani generazioni – partiti, componenti rilevanti dell’associazionismo democratico, società civile, chiese locali – hanno preferito tenere le mani in tasca, anziché sporcarsele nell’agone della partecipazione attiva e responsabile nella costruzione della vita democratica. La stessa frammentazione pseudocivica delle compagini delle candidature che si preannunciano alla vigilia della competizione amministrativa del Comune di Avellino, è l’eloquente dimostrazione che la politica, senza i fondamentali postulati ideologici e di programmazione, si rivela funzionale solo agli interessi dei pochi nullafacenti e nulla pensanti.

di Gerardo Salvatore edito dal Quotidiano del Sud

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