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Oltre le sbarre, il Garante Ciambriello: la politica ha smesso di occuparsi delle carceri. Necessario immaginare misure alternative

“La politica continua a non occuparsi delle carceri, semplicemente perché non garantisce consenso”. A sottolinearlo il Garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello nel corso del confronto “Oltre le sbarre”, tenutosi questo pomeriggio a Palazzo Caracciolo. Un confronto che diventa anche l’occasione per lanciare delle proposte concrete: “E’ tempo di smetterla con il ricorso costante al carcere, come unica risposta possibile alla violazione delle leggi. Il decreto sicurezza approvato dal Senato ha previsto l’introduzione di 19 nuovi reati, introducendo la figura del poliziotto penitenziario infiltrato, che rappresenta un problema innanzitutto per gli altri poliziotti e lo stesso direttore. Il rischio è quello di trasformare il carcere in una bomba ad orologeria. Di qui la necessità di misure alternative alla casa circondariale, attraverso la depenalizzazione reati leggeri. Al tempo stesso, si avverte l’esigenza di investire, una volta per tutte, sul miglioramento delle condizioni di vita negli istituti, se non si utilizzano i campi sportivi, se non ci sono programmi trattamentali, se si riduce il carcere a custodia inevitabilmente si determinano problemi di sicurezza come avvenuto a Sant’Angelo dei Lombardi. Ma c’è bisogno anche di guardare alle fragilità, penso ai detenuti malati di mente, alle madri, ai tossicodipendenti poiché è chiaro che il carcere amplifica le fragilità”. Di qui la necessità di “aprire il carcere alla società, ad esempio, attraverso il coinvolgimento di detenuti in lavori di pubblica utilità. La comunità deve entrare in carcere. La sfida è quella di vincere l’indifferenza che rappresenta un proiettile silenzioso”. Ciambriello ricorda come l’istruzione continui a svolgere un ruolo cruciale nel percorso di riabilitazione dei detenuti: “Ai 301 analfabeti presenti nelle carceri campane fanno da controparte gli 85 studenti universitari e i 199 diplomati, tra questi il primo posto spetta al Carcere di Bellizzi”. L’avvocato Rosaria Vietri ribadisce come “L’istruzione rappresenta per chi è in carcere un ponte con la società. E’ importante che i detenuti acquisiscano gli strumenti necessari affinché possano diventare persone diverse da quelle che erano quando sono entrate. La pena deve tendere alla rieducazione, nel rispetto di un principio sancito dalla Costituzione, poiché se si garantisce la possibilità di compiere un percorso di nuova consapevolezza di sé, a trarne vantaggio sarà l’intera società civile. Ecco perché è necessario stabilire un ponte tra associazioni, istituzioni, volontariato e terzo settore”.

L’avvocato Giovanna Perna, componente dell’Osservatorio Carcere dell’Unione Camere Penali Italiane, ricorda come le carceri sono “i luoghi dai quali si misura la qualità della democrazia di uno Stato. Il carcere non può essere uno spazio caratterizzato dalla sospensione dell’umanità. E’ chiaro che la funzione sociale della pena è strettamente legata all’idea che abbiamo di convivenza civile. Vogliamo che la pena produca esclusione o che sia occasione di responsabilizzazione? Solo se sarà finalizzata al reinserimento della persona, potremo immaginare un reale reinserimento dei detenuti.  Si tratta, dunque, di rompere la frattura con la società, la scuola, le regole che vivono molti detenuti. Ecco perchè l’istruzione è fondamentale, proprio perchè agisce anche sul piano sociale.  E sappiamo bene che non ci sarà sicurezza senza reinserimento sociale”. Chiarisce come “Il problema delle carceri riguarda tutti, poichè la giustizia deve tendere innanzitutto a ricostruire l’identità delle persone. Di qui il lavoro che portiamo avanti nel segno dei percorsi di giustizia riparativa, per ribadire che la persona non coincide con il suo reato e accompagnare il detenuto in un itinerario finalizzato alla promozione della responsabilità”. Punta l’indice contro le criticità che caratterizzano il mondo dell’istruzione carceraria “Penso alla mancanza di fondi per le scuole negli istituti penitenziari e alla mancanza di continuità didattica. E’ evidente che se si vietano laboratori, uscite in spazi all’aperto e attività trattamentali, si svuota la persona di capacità relazionali e si favorisce l’esplosione della violenza”.

La pedagogista Giulia Perfetto , promotrice dell’incontro, ricorda come “questo confronto che ha riunito Università, volontariato, Istituzioni, avvocati e psicologi nasca dalla volontà di lanciare proposte concrete per garantire la dignità dei detenuti nelle carceri, affinchè vengano considerate innanzitutto persone e possano tornare, una volta in libertà, ad avere una loro vita sociale. Ma perché ciò accada c’è bisogno di più fondi per l’istruzione nel carcere perchè questo strumento sia potenziato”. La direttrice del Carcere di Bellizzi Maria Rosaria Casaburo ricorda come le carceri “rappresentino una realtà variegata e complessa in cui l’istruzione diventa l’occasione per trasformare il tempo sottratto in opportunità e dunque elemento cardine del trattamento finalizzato alla rieducazione. Oggi più che mai bisogna ripartire dalle piccole cose. Poichè se non saremo riusciti, al termine della detenzione, a rimuovere le cause della devianza, come la mancanza di coscienza di sè il tempo trascorso in carcere sarà stato inutile. Da questo punto di vista, i percorsi di risocializzazione rappresentano degli autentici baluardi di sicurezza, poichè è chiaro che se il detenuto se ne sta tutto il tempo nella sua stanza e si annoia, si dedicherà a traffici loschi e, una volta uscito, tornerà a delinquere. Al tempo stesso c’è bisogno, nelle carceri, di spazi adatti che troppo spesso mancano, soprattutto a causa del sovraffollamento. Così come non tutti i detenuti possono essere impiegati nelle attività trattamentali”. Ricorda gli indirizzi scolastici attivati nel Carcere di Bellizzi, dal liceo al Corso per geometra e le attività trattamentali portate avanti, dalla lavorazione della ceramica all’apicoltura con un terreno incolto trasformato in una fattoria con piante e galline. Spiega come “Viviamo in una società carcerocentrica che fa fatica a immaginare misure alternative. Quando vengono proposte, si viene guardati con sospetto. Lo stesso carcere è, poi, di per sè una struttura che tende all’immobilismo. Non dobbiamo dimenticare, infine, che i luoghi di detenzione finiscono per essere autoreferenziali se non trovano una controparte con cui dialogare. Noi siamo disposti ad aprire le porte ma a patto che qualcuno sia disponibile a entrare all’interno, dal mondo della sanità alla scuola al volontariato. Così come c’è bisogno di un linguaggio che agganci il detenuto, di una formazione che si traduca in pratica”. Di qui l’invito a “guardare al carcere come a un’istituzione con un mandato preciso senza far confluire in esso il nostro senso di giustizia”.

Andrisano Ruggieri, docente di psicologia giuridica dell’Università di Salerno sottolinea come “Le carceri siano sempre specchio della società”. Mette in guardia dal considerare l’istruzione uno strumento che garantisce sempre l’opportunità di reinserimento sociale, “Svolge un ruolo importantissimo ma purtroppo dobbiamo fare i conti anche con una crisi della progettualità legata all’istruzione”. E ricorda come “Il problema dell’investimento del tempo è centrale per il benessere psicologico dei detenuti. Ma è chiaro che il carcere rappresenta un altro mondo con altre regole”. Anna Ansalone, consigliera del Comune di Montoro e Assistente sociale pone l’accento sul dialogo tra mondo del carcere e volontariato “Con l’associazione Il Faro portiamo avanti una serie di iniziative a sostegno della genitorialità. I dati raccolti ci restituiscono con chiarezza l’idea che se i detenuti rientrano in queste attività riescono più facilmente a reinserirsi nella società”. Preziosa la testimonianza di Antonio Solimene dell’associazione Il Faro che consegna il racconto di chi si è confrontato con il mondo dei detenuti, toccando con mano il loro desiderio di abbattere le sbarre anche attraverso il valore dell’istruzione “Non dobbiamo dimenticare che troppo spesso la pena si estende alla famiglia, a partire dal forte stigma sociale”. Una testimonianza affiancatasi a quella di Emanuela Conforti, impegnata nella casa circondariale dell’IISS Ruggero II e Lucia Perri, penalista.

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