di Virgilio Iandiorio
Nel 1837 Pietro Paolo Parzanese ( Ariano Irpino 1809 – Napoli 1852) pubblicò un opuscolo dal titolo “Melodie ebraiche di Lord G. Byron”. Si tratta di 23 componimenti del poeta inglese estrapolati dalle sue opere più famose. Meno male che il poeta di Ariano Irpino pubblicò il suo libro due secoli fa. Si può immaginare quello che gli sarebbe successo, se l’avesse pubblicato ai giorni nostri.
L’interesse dei letterati italiani per Byron non era poi tanto diverso da quello dei loro colleghi europei. Il poeta inglese era diventato l’eroe della ribellione romantica: egocentrico e generoso, vindice di tutte le libertà e preda di tutte le passioni. Scriveva Giuseppe Gabetti (1886-1948), che curò la sezione di letterature germaniche dell’Enciclopedia Italiana, e face parte insieme a Salvatore Battaglia, della redazione delle letterature straniere fino al 1932:“ Byron aveva più di mezzo secolo fa come forse nessuno ebbe mai l’istinto e il genio del bel gesto; l’azione improvvisa e inconsueta che colpisce le immaginazioni ed esalta i cuori, la sentenza eloquente che nella lapidarietà delle sue formulazioni inattese sembra dilatare senza limiti gli orizzonti umani, la parola carica di passione e di calore che eccita e trascina. E passò per l’Europa come una meteora, accendendo passioni di donne e illusioni di poeti, ed entusiasmi generosi e fervori ideali”.
Del poeta inglese il Parzanese non predilige i motivi dell’uomo che insorgere contro la società e il destino, senza piegarsi nemmeno dinanzi all’ultimo mistero. “Le Melodie ebraiche –scrive Parzanese nell’introduzione- intanto che sono componimenti di un genere più mite e direi quasi elegiaco non sappiamo che fossero per altri state voltate nella nostra lingua pieghevole e armoniosa, ed invano facemmo voti finora per vederne arricchito l’Italo giardino, nel quale sarebbero cresciute come fiori più spontanei perché più gentili e delicati, quali a fiori del nostro clima esser si conviene”.
Il Parzanese vede nel canto di Byron una partecipazione appassionata per la sciagura del popolo ebraico. “Né per diversa cagione –aggiunge – dovette versare un pianto generoso sulla fatale fortuna de’ figli di Heber [personaggio biblico antenato di Abramo (Genesi 10:21-30], i quali fuggono di terra in terra come uccelli peregrini, e pare che fra tutti gli uomini fossero marcati in fronte colla cifra di un’infamia incancellabile. Ecco perché in questi suoi canti ci si rappresenta come un esule Galileo che si aggira polveroso sulle sponde del Giordano, rivede le rovine del tempio di Sion, siede all’ombra de’ cedri del Libano e tocca le corde dell’arpa dolorosa per lamentare la patria perduta e sparge sulla tomba de’ padri suoi una lagrima ed un fiore…Ed è questa poesia che commuove blandamente il cuore e la sua armonia non spinge né alla disperazione né al delitto”.
Il 9 marzo 1842 al Teatro alla Scala di Milano venne rappresentata l’opera di Giuseppe Verdi “Nabucco” e il suo successo non conosce limiti temporali. Nel libretto dell’opera, scritto da Temistocle Solera (1815-1878), tanti i motivi byroniani, che con sensibilità lungimirante il poeta di Ariano Irpino aveva scoperto nel poeta inglese


