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In quarant’anni la nostra società ha subito una trasformazione culturale prima ancora che politica. La nascita del governo Cinque Stelle-Lega è solo il segno dei tempi. Un Presidente del Consiglio estraneo fino a poco tempo fa alla politica e due movimenti che danno un’idea di novità e cambiamento ma anche di pressappochismo. Al contrario nel 1978 a dominare la scena erano sempre gli stessi partiti e le stesse personalità. A Palazzo Chigi nel giugno di quarant’anni fa c’era Giulio Andreotti, un nome che tutti conoscevano.

Non c’era bisogno di scoprire il personaggio come è accaduto oggi con Giuseppe Conte. E tanta differenza c’era anche con il calcio di allora. Non girano tanti soldi e ci sono ancora le “bandiere”. La nazionale andrà a giocare i mondiali in Argentina e darà spettacolo. Nella nostra provincia l’undici giugno del ’78 è la data che tutti i tifosi dell’Avellino ricordano. I “lupi” vincono a Genova in casa della Sampdoria e per la prima volta la squadra irpina è promossa in serie A. Ci resterà per dieci anni consecutivi. L’Avellino di Paolo Carosi entra nella storia grazie ad un gioco pratico ed efficace. Un gruppo di giocatori di grande personalità come ad esempio Di Somma e Lombardi e una società che con pochi spiccioli e tanta fantasia costruisce un autentico miracolo sportivo.

Il paese vive nell’incubo del terrorismo dopo il barbaro assassinio di Aldo Moro, le istituzioni sono scosse dalla tragedia. Si trova però la forza di reagire anche se i partiti non sembrano avvertire la fine di un’epoca, si adagiano in uno stucchevole tirare a campare e non danno l’idea di accorgersi che il tempo della democrazia bloccata è finito. I cupi anni settanta lasciano il posto alla frenesia degli ottanta, quelli del reaganismo sul piano internazionale e del craxismo in Italia. Termineranno nel disonore delle monetine del Raphael che apriranno subito dopo Tangentopoli le porte al berlusconismo.

Anni di una politica schiacciata sulla rincorsa del presente senza una prospettiva sul futuro. Oggi Di Maio e Salvini raccolgono la grande delusione degli italiani nei confronti della politica e devono riuscire a trasformare il tanto rancore in una stagione di rinascita. Impresa che appare impossibile. I miracoli riescono meglio in altri campi. E’ il caso di quel fantastico Avellino. Il successo in casa della Sampdoria e l’urlo dei tantissimi tifosi irpini è solo il primo di una lunga serie di soddisfazioni. In Serie A al Partenio cadono i grandi squadroni del Nord. La Juventus, l’Inter e il Milan battuto sia nel primo anno dei biancoverdi nella massima serie che diversi anni dopo in un memorabile 4-0. Ad Avellino giocano negli anni e fanno innamorare Juary, Barbadillo, Vignola, De Napoli, Dirceu, Tacconi ma anche guerrieri più umili come Cattaneo, Romano e Mario Piga: il suo gol ci regala la serie A ed è sempre una sua rete contro l’Inter alla penultima giornata a far impazzire un Partenio stracolmo. Prologo all’incredibile 3-3 in casa della Juventus che matematicamente ci regala la prima storica permanenza in serie A che lasciamo con amarezza nel ’88 e da allora c’è sempre il sogno di ritornarci.

Il calcio ci ha accompagnato e continuerà ad accompagnarci. Da padre in figlio è il filo che tiene unite le generazioni perché come dice lo scrittore spagnolo Javier Marias: “L’ideologia, la religione, la moglie o il marito, il partito politico, il voto, le amicizie, le inimicizie, la casa, le auto, i gusti letterari, cinematografici o gastronomici, le abitudini, le passioni, gli orari, tutto è soggetto a cambiamento e anche più di uno. La sola cosa che non sembra negoziabile è la squadra di calcio per cui si tifa”.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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