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Perché non è una guerra di religione

 

C’è una singolare corrispondenza fra la denuncia di papa Francesco contro la guerra e il suo appello al dialogo fra le religioni per la pace, e l’avvio dei bombardamenti americani sulla Libia. Non è solo una casuale coincidenza cronologica; ci sono differenze di approccio e di prospettiva: il Papa ha parlato ai giovani di Cracovia prima che i raid cominciassero, e d’altra parte, a quel che se ne sa, l’iniziativa bellica statunitense non ha l’obiettivo di aprire un fronte militare su larga scala, ma si prefigge “solo” di aiutare le milizie del governo di Tripoli a riprendere il controllo del proprio territorio liberandolo dai guerriglieri dello Stato islamico. Del resto, lo stesso Barack Obama, da sempre “guerriero riluttante” e ora per di più giunto al termine del mandato, tutto vorrebbe tranne che lasciare al suo successore un altro teatro di guerra aperto nel Mediterraneo oltre quelli ereditati dal passato in Medio oriente. Si tratta dunque di altro, anche se la storia recente insegna che certi meccanismi perversi, una volta innescati, possono sfuggire al controllo. Speriamo di no; ma, appunto, il ragionamento da fare è diverso. Mentre l’iniziativa di Washington segue la logica di un rapporto di forze sul terreno e punta ad eliminare l’avversario, il discorso del Papa si muove su un piano più elevato e cerca di sterilizzare le ragioni stesse del conflitto, negandone le motivazioni. Dice il Papa: “Il mondo è in guerra perché ha perso la pace… Non abbiamo paura di dire questa verità”; ma quella che è in corso, aggiunge, non è una guerra di religione: “C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli, questa è la guerra. Qualcuno può pensare: ‘sta parlando di guerra di religione’. No, tutte le religioni vogliono la pace, la guerra la vogliono gli altri”. Naturalmente, il Papa non ignora che i terroristi che hanno insanguinato le città europee invocavano il nome di Allah, così come i loro mandanti dell’Isis; né trascura il fatto che il loro obiettivo è utilizzare gli omicidi di massa (come a Nizza o a Dacca) o quelli mirati (come a Rouen), per coinvolgere in un conflitto distruttivo culture, religioni, popoli che stanno cercando di vivere o di convivere in un mondo che è sempre più interconnesso, e che quindi tentano di privilegiare ciò che unisce la famiglia umana in una comunanza di obiettivi e di valori. Ma è proprio per disinnescare il possibile, mortale corto circuito fra religione e violenza che Francesco nega l’identificazione fra Islam e terrorismo e difende le ragioni della convivenza e della collaborazione tra fedi diverse. “A me non piace parlare di violenza islamica”, ha detto nel volo di ritorno dalla Polonia: “Non credo sia giusto identificare l’Islam con la violenza. Non è giusto e non è vero”. Altra cosa è la condanna dell’Isis, che si presenta come un soggetto violento, pronto a far leva su condizioni di vita disagiate o a reclutare soggetti mentalmente disturbati per arruolare un esercito di disperati pronti a tutto. Per costoro la religione può costituire la cornice ideologica di comportamenti criminali che vanno prevenuti e repressi, ma senza cadere nella tremenda semplificazione dello scontro di civiltà o di religione. Si farebbe così il gioco di chi pianifica le azioni terroristiche. La storia recente del nostro Paese dovrebbe ricordarci che le Brigate rosse hanno cominciato a perdere terreno quando all’azione repressiva delle forze dell’ordine e della magistratura si è affiancata un’iniziativa politica e culturale che ha rotto il tabù della loro rivendicata appartenenza alla tradizione della sinistra, che ai loro occhi giustificava le atrocità di cui si macchiavano. Allora fu necessario che a sinistra, cioè nel campo che le Br volevano occupare col terrorismo, si denunciasse l’equazione lotta di classe/lotta armata, e in breve l’acqua in cui il terrorismo proliferava fu prosciugata. Oggi la rivendicazione che papa Francesco fa di un comune impegno delle religioni per la pace e per il dialogo potrà evitare conflittualità che alimenterebbero i disegni dei fanatici islamisti, alla ricerca di giustificazioni ideologiche inesistenti. E’ bene che gli appelli del Papa vengano fatti propri dai più eminenti capi religiosi musulmani, ma intanto registriamo che la fraterna partecipazione di numerosi responsabili di comunità islamiche italiane e francesi alle Messe domenicali celebrate per pregare, cattolici e musulmani, per la pace e il dialogo è la dimostrazione che la strada aperta dal Papa è quella giusta.
edito dal Quotidiano del Sud

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