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Perché vogliono farci smettere di bere vino?

La crociata globale contro uno dei simboli della civiltà mediterraneaNegli ultimi anni il vino sembra essere finito sotto processo. Campagne internazionali sulla salute pubblica sostengono sempre più spesso che non esista una quantità sicura di consumo di alcol, arrivando talvolta ad accostare il vino ai grandi fattori di rischio sanitario. Il messaggio è semplice: meno alcol, meglio è. Ma quando nel mirino finisce anche il vino, la questione smette di essere soltanto sanitaria. Diventa culturale, economica e identitaria. Perché il vino non è una bevanda qualsiasi: è uno dei simboli più antichi della civiltà mediterranea.
Quando il vino era semplicemente parte della vita. Per secoli il vino non è stato un lusso né un vizio. Era parte della quotidianità delle campagne europee. Sulle tavole contadine accompagnava il pane, le zuppe, i prodotti dell’orto. Non era un oggetto di culto né un prodotto da marketing: era alimento, energia, convivialità. Si beveva dal fiasco o dalla botte di casa, dentro una cultura agricola in cui il vino non era spettacolo ma vita quotidiana. Solo molto più tardi sarebbe diventato oggetto di degustazioni, classifiche e mode. Dal vino contadino al vino da giustificare. Negli ultimi decenni il vino ha cambiato pelle. Da alimento quotidiano è diventato sempre più un prodotto culturale e talvolta uno status symbol. Il racconto del vino si è spostato dalla campagna alle guide, alle riviste, ai social. Nel frattempo il consumo è diminuito, ma la pressione culturale attorno all’alcol è aumentata. Non siamo nel proibizionismo esplicito degli anni Venti americani. Piuttosto in qualcosa di più sottile: un clima in cui l’alcol deve sempre più giustificare la propria esistenza. Il mito del vino senza alcol.È in questo contesto che si inserisce il nuovo entusiasmo per i vini dealcolati.

Spesso vengono presentati come la dimostrazione che il vino, come sempre nella sua storia, sa reinventarsi. Si cita perfino il precedente del Proibizionismo americano, quando nacquero i wine bricks, mattoni di mosto concentrato che permettevano di continuare a produrre vino aggirando il divieto. Ma il paragone regge poco. Allora il vino era illegale. Oggi non lo è. Oggi è semplicemente diventato scomodo. Adattamento o scorciatoia? La dealcolazione viene raccontata come una risposta inevitabile. Ma inevitabile per chi? Per i grandi gruppi industriali, dotati di tecnologia e capitali, può rappresentare una nuova opportunità di mercato. Per molti territori vitivinicoli è invece una strada complessa, costosa e spesso incoerente con la natura stessa del vino. Rimuovere l’alcol non significa modificare un dettaglio tecnico: significa alterare un equilibrio che nasce dalla fermentazione, dal vitigno, dal clima e dal lavoro umano. Il nodo delle denominazioni. C’è poi una questione che resta spesso sullo sfondo: quella delle denominazioni. I disciplinari DOC e DOCG non sono semplici regolamenti produttivi. Nascono per custodire un equilibrio preciso tra territorio, vitigno e identità del vino. L’alcol non è un difetto da correggere, ma una componente naturale di quell’equilibrio. Spingere verso il vino dealcolato significa quindi muoversi su un terreno delicato, dove la legalità normativa non sempre coincide con la coerenza culturale. Irpinia: quando il vino è territorio. Per territori vitivinicoli identitari questa discussione non è astratta. In zone come l’Irpinia il vino è molto più di una voce economica: è paesaggio, storia e memoria agricola. Denominazioni come Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi raccontano una tradizione di qualità e longevità che non è seconda a nessuno nel panorama enologico italiano. Qui il vino nasce dalla terra prima che dal mercato.

La vera domanda
La storia insegna che il vino ha sempre saputo attraversare le crisi. È sopravvissuto a guerre, carestie, proibizioni e cambiamenti sociali radicali. Ma adattarsi non significa necessariamente cambiare natura. Alcune trasformazioni servono a resistere, altre a semplificare, altre ancora a spostare il problema altrove. Oggi la questione non è se il vino debba evolversi. Il vino si è sempre evoluto. La vera domanda è un’altra: a cosa deve adattarsi, per chi e a quale prezzo. Perché il rischio non è che il vino scompaia. Il rischio è che, nel tentativo di renderlo innocuo per tutti, smetta di rappresentare qualcuno. 
“Il vino non è il problema da risolvere. È una cultura da capire”.

Carmela Cerrone

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