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E’ la seconda volta in poco più di vent’anni che un cataclisma verificatosi fuori dai nostri confini genera ripercussioni nella politica italiana tali da chiudere una stagione e aprirne un’altra, che nel caso attuale appare ancora imprevedibile nei suoi esiti. A metà degli anni ’90, gli effetti, per quanto ritardati, del crollo del comunismo sovietico provocarono qui da noi la fine della cosiddetta prima repubblica entrò in crisi il Pci che da allora, non riuscendo, o non volendo, traghettare la propria tradizione verso la sponda socialdemocratica, subì successive trasformazioni. E si dissolse la Democrazia cristiana che consegnò a Silvio Berlusconi buona parte del suo patrimonio di voti ma non certo gli ideali e la cultura politica che l’avevano caratterizzata da De Gasperi in poi. Forse proprio perché la prima repubblica si era esaurita non perché avesse completato il suo ciclo storico ma solo per effetto di uno tsunami generato altrove, la seconda nacque zoppa e mai si consolidò: le esigenze di governabilità non furono soddisfatte, la Costituzione non fu riformata se non per aspetti secondari, l’alternanza al potere di schieramenti contrapposti non si risolse in una sana competizione per il miglioramento delle condizioni economiche e sociali del paese, che quindi affrontò indebolito la sfida della globalizzazione, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Ora ci risiamo: questa volta il cataclisma nasce proprio dalla globalizzazione, e si chiama riduzione delle risorse, crisi del welfare, migrazioni, rinazionalizzazione delle politiche comunitarie. Quello che rischia di crollare sotto molteplici spinte contrapposte è proprio il pilastro dell’Unione europea che aveva vittoriosamente contrastato l’Urss per decenni e che ora appare minato nelle fondamenta: nel giro di un anno il referendum britannico, le elezioni presidenziali francesi e quelle tedesche potrebbero cambiare il volto dell’Europa unita se non sgretolarla, mentre ad Est alcuni ex satelliti dell’Urss (Ungheria, Polonia, Bulgaria, Slovacchia) stanno dando vita ad una internazionale delle destre nazionaliste e scioviniste fondata sul rifiuto dell’euro, la chiusura delle frontiere, la negazione di ogni possibile contaminazione culturale. Rispetto a queste trasformazioni epocali, di segno ben diverso da quelle di vent’anni fa, l’Italia rischia purtroppo di ritrovarsi paese periferico, incapace di contrastare le spinte centrifughe che abbiamo descritto e di proporre un modello di sviluppo all’altezza della sfida dei tempi nuovi. Da sponde politiche opposte, Lega nord e Movimento 5 Stelle tentano di importare il paradigma antieuropeo nato fuori dai nostri confini, e su questo terreno giocano la loro partita per l’egemonia. Le posizioni della Lega di Salvini sono ben note, ma anche Beppe Grillo non scherza: "L’idea di un’Europa unita non esiste già più; credo che il collasso dell’Ue sia già avvenuto. L’Unione europea non ha senso”, ha detto circa un anno fa, in piena crisi ellenica, ad una Tv russa. Si capisce, allora, che anche la battaglia in corso per le elezioni amministrative di giugno è solo l’avvisaglia di un conflitto di ben più vaste proporzioni. Il tentativo di cavalcare l’onda populista e antieuropea che percorre il Continente è funzionale per Matteo Salvini all’obiettivo di prendere la guida dell’intero centrodestra italiano spostandolo sulle posizioni di Marine Le Pen in Francia e dei nazionalisti (e negazionisti) che hanno avuto un buon successo alle recenti elezioni regionali in tre länder tedeschi. Una battaglia che Salvini conduce da solo, non sostenuto né da Bossi né da Maroni, incurante delle possibili ritorsioni berlusconiane sulle giunte di Lombardia, Veneto e Liguria dove la Lega governa insieme a Forza Italia. Una battaglia che trascende di molto la posta in palio, fosse anche il governo di Roma capitale. Non è certo che tutti ne abbiano capito l’importanza.
edito dal Quotidiano del Sud

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