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Pietrastornina, nel volume firmato Bascetta la caccia alla strega Mabilia 700 anni fa

Pietrastornina, Anno Domini 1344. Mentre la Peste Nera si prepara a colpire il mondo, tra le rupi della montagna — risalendo il torrente San Martino dal Piano della Civitate Tocco, sprofondata nel fiume Sabato — si consuma una battaglia silenziosa. Da una parte il Notaio Nicola, inviato dal Papa di Avignone con i suoi registri e le sue tasse inflitte dal Rettore di Benevento; dall’altra Mabilia e le mammane Gundrada e Jacoba, custodi della scienza antica delle Madri: la medicina popolare delle radici spontanee che nascono dietro la Pietra dell’Ilice. Accusate di stregoneria per aver usato erbe medicamentose e mortai, marchiate a fuoco sul corpo e cacciate dal quartiere Triggio di Benevento dalle guardie dello Stato Pontificio, queste donne di Pietrastornina non si sono mai arrese. Protetto dal castello invisibile e coperto dalle erbe dell’Ilice, il loro sapere ha sconfitto la burocrazia e il tempo.
Arturo Bascetta ci conduce tra le “grotte del fuoco”, dove si preparavano gli unguenti utilizzando mortai e grosse caldaie di rame, e i documenti segreti dell’Archivio Vaticano per raccontare una storia vera che sembra una favola: quella di come il coraggio e la medicina popolare abbiano trasformato una rupe in una roccaforte inespugnabile. A Pietrastornina le nonne non erano streghe, ma vere scienziate del Trecento.
«Avevo appena pubblicato il libro sulla storia di Re Ruggiero II a Forenza (Pz), leggendo le belle parole del sindaco Francesco Mastrandrea sui rapporti con la Firenze del Boccaccio, e ancora non credevo ai documenti scoperti a Roma quando saltano fuori, dai regesti del Rettore pontificio di Benevento, i processi a tre famose donne di Pietrastornina che realizzavano, producevano e vendevano ai beneventani i rimedi contro la vecchiaia, facendo camminare gli anziani, alleviando piaghe e dolori», spiega Bascetta, che svela di essere rimasto scioccato: «La cosa mi ha lasciato senza parole, perché già ricordavo di aver pubblicato, nei catasti onciari di Avellino, quello di Pietra in cui gli ottuagenari erano la stragrande maggioranza della popolazione anziana ancora nel 1700 rispetto agli altri comuni. Ho quindi immediatamente ringraziato il sindaco di Forenza, non solo per avermi fatto scoprire la sua cittadina della Lucania come capitale del Regno di Sicilia per un mese, ma per avermi involontariamente messo sulla strada giusta dei documenti che mi hanno svelato dove nasce il mito delle “streghe” di Benevento: a Pietrastornina. In verità già il Principe del paese, Lottiero d’Aquino, nel 1500 sosteneva che il territorio fosse un luogo magico e che il suo principato avesse termine dove si incontravano il torrente San Martino, il fiume Sabato e Fossa Ceca, cioè al ponte prima di quello dei Santi di Altavilla Irpina, dove c’era il noce degli incontri magici». Ma la ricerca è sempre un passo avanti rispetto a quelle che possono sembrare favole; tanto è vero che dai registri sono emersi i processi a queste donne capeggiate da Mabilia, il cui nome ricorda uno dei casali di Pietrastornina e il mito del monaco Retella della Cappella, che possedeva un libro di magia bianca. Insomma, tutto riconduce a fatti che sembrano leggende ma che in realtà rappresentano la medicina popolare in uso a Pietrastornina nel 1348, anno in cui le sue donne furono arrestate, perseguitate, marchiate a fuoco e condannate all’esilio perpetuo sulla roccia dal tribunale di Benevento, che le accusava di aver diffuso la peste con i loro unguenti, con i quali tentavano invece di lenire le piaghe dei moribondi.
«Del resto — conclude Bascetta — né i cattivi governatori di Avignone a Benevento, né le guaritrici di Pietrastornina potevano prevedere che tutto sarebbe accaduto nel 1348, anno della peste più terribile della storia, del terremoto più tremendo che fece crollare mezzo Colosseo per la prima volta in Italia e della esondazione del fiume Sabato nell’Avellola-San Martino, che cancellò dalla faccia della terra l’antico episcopio dei martiri greci della Civitate Tocco, spingendo ad abitare la “Pietra solitaria” che svettava sulla montagna, abbandonando Stornina e l’area beneventana fino a Prata». La storia dell’antica Mensa di San Martino, trasferitasi sui monti tra il Campanaro di Ciardelli e Pietrastornina, diventa così l’emblema di un secolo che fece ereditare a Pietra Castagnara il titolo di Civitate Pietra Stornina, soggetta a Benevento con 36 casali di sudditanza (molti dei quali oggi sono comuni autonomi). Mantenne i privilegi fino ai primi dell’Ottocento quando il parroco-abate della Collegiale non solo ospitava Papa Leone XII per le cure medicamentose dell’aria sotto la roccia, ma ancora nominava il rettore della Chiesa di Torrioni, benché sulla montagna poi appartenuta a Montefusco, perché ex territorio della Mensa arcivescovile greca di Tocco Sabato risalita sulla montagna di Pietrastornina, a sua volta assorbita, ovvero conquistata, dall’enclave arcidiocesana beneventana.
Direttore Bascetta, tutto storia dunque?
«Ma anche scienza.  Gli archivi sono pieni di faldoni che possono insegnare dignità storica, serenità civile e qualità della vita grazie alla cura con le erbe. Lì, tra migliaia di pagine scritte in un latino antico e polveroso, si nascondono le prove di questa avventura infinita sulla longevità. Tutto quello che leggerete in questo libro è scritto col sudore di documenti che hanno quasi settecento anni. Molte storie di “streghe” sono solo favole, ma quella di magia bianca a Pietrastornina è diversa: è la storia del Noce di Benevento ».

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