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Nonostante i pochi, saggi ammonimenti a non anticipare sui giornali e nel pubblico dibattito televisivo l’appuntamento parlamentare per l’elezione del Presidente della Repubblica, momento clou della legislatura, il toto-Quirinale impazza con punte di surrealismo che muoverebbero al riso se non fossero l’indice di un preoccupante sbandamento. Si sta speculando da un anno su un secondo mandato da affidare a Sergio Mattarella, a dispetto delle ripetute dichiarazioni contrarie dell’interessato, al punto che l’insistenza di alcuni ha rasentato l’indebita pressione; appena pochi giorni fa qualcuno aveva ipotizzato che solo nel discorso di fine anno, cioè due settimane prima dell’inizio delle votazioni a Montecitorio, Mattarella avrebbe sciolto la riserva su una eventuale disponibilità al bis, che mai c’è stata; quindi si è seriamente teorizzata una presidenza a tempo –uno o due anni – per dare modo ai partiti di guardarsi bene in faccia e mettersi d’accordo; e si sono fatti anche dei nomi per questa carica posticcia, con scarso riguardo per le personalità evocate e anche per il ruolo costituzionale del Capo dello Stato, che non è una controfigura. Si è arzigogolato su un inesistente pasticcio in caso di elezione di Mario Draghi al Quirinale, quando la Carta parla chiaro: “L’ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica”. Alla recente assemblea dei sindaci una prima cittadina, incurante del ridicolo, ha proposto la proroga ad oltranza della legislatura quale rimedio per uscire dall’impasse (si può fare solo in caso di guerra e occorre una legge apposita). Insomma, la fiera delle stravaganze: quasi una maionese impazzita; ipotesi incoerenti, senza capo né coda date in pasto ad un’opinione pubblica frastornata, senza curarsi del rischio di alimentare, così facendo, il fuoco del qualunquismo. Se le cronache parlamentari non ricordano una vigilia così caria di incognite e di improbabili rumors quirinalizi, è perché mai i partiti si erano presentati all’appuntamento privi di una strategia e in qualche caso anche di candidati credibili per l’alta carica. Il fatto è che si sta per concludere una legislatura che passerà alla storia per le spericolate e imbarazzanti giravolte dei partiti che si sono alternati al governo dando vita ad alleanze contraddittorie, trascurando le promesse elettorali e gli impegni presi prima del voto, nel marzo del 2018: una sorta di disinvolta quadriglia nella quale dame e cavalieri si sono via via abbracciati e lasciati al suono di una orchestra stonata. Nel vuoto di politica che si è creato, non è stato facile per il Presidente in carica adempiere al suo primo dovere, che è quello di rappresentare l’unità nazionale, al quale è collegato il compito di assicurare continuità alle istituzioni che configurano l’ordinamento della Repubblica. Mattarella l’ha fatto egregiamente, e gliene va dato atto con gratitudine; e dal riconoscimento dei meriti da lui acquisiti nel settennato che si sta per concludere si dovrebbe muovere per individuare il miglior candidato ad una successione che si preannuncia all’insegna di un’emergenza che non è diversa da quella che orientò la scelta presidenziale nel febbraio di quest’anno. Ha detto recentemente Sergio Mattarella che “il tempo della responsabilità non è ancora concluso”; e se questo è vero, come dimostrano la preoccupante ripresa dei contagi e lo smarrimento che ne consegue, ecco che la scelta del successore dovrebbe orientarsi verso un passaggio di mano nel segno della continuità.

di Guido Bossa

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