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Primo maggio c’è poco da festeggiare

Sarà un primo maggio molto particolare quello di domani . C’è infatti poco da festeggiare in questa giornata dedicata ai lavoratori che vivono purtroppo una crisi economica senza precedenti soprattutto a causa del coronavirus. Subito dopo la serie di ordinanze di quarantena da parte di ciascun paese, le assunzioni sono crollate ed il tasso di disoccupazione ne ha risentito abbondantemente. Uno studio realizzato dall’Organizzazione del Lavoro (che riunisce i governi, i sindacati e le organizzazioni degli industriali di 187 Paesi) dimostra che la pandemia rischia di provocare la perdita di circa 25 milioni di posti di lavoro, andando ad aggravare un settore dove nel 2019 già si contavano 188 milioni di disoccupati nel mondo. Un numero superiore a quello che si verificò dopo la crisi economica del 2008 e che comportò una crescita dei disoccupati mondiali di 22 milioni di unità. Secondo questo studio i comparti  più toccati sono il turismo, i trasporti ma anche l’industria dell’auto. Bisogna tornare indietro nel tempo al primo maggio del 1886 per ricordare che si festeggia questa data perché proprio quel giorno fu repressa nel sangue una manifestazione operaia a Chicago. Allora non c’erano i diritti di oggi. Si lavorava anche sedici ore al giorno. La protesta per ottenere condizioni migliori durò tre giorni e culminò, il quattro maggio, col massacro di Haymarket :  una vera e propria battaglia in cui morirono undici persone. Oggi accanto alla stagione dei diritti che per fortuna è nettamente migliorata sono altre le condizioni che sono peggiorate.  La pandemia ha certamente contribuito a rendere drammatica una situazione già catastrofica. Se il quadro mondiale è a tinte fosche l’Italia è tra i Paesi che rischiano di più. A parlare sono i numeri, in particolare quelli del Documento di economia e finanza, il cosìdetto Def, che certifica quanto il virus sta facendo male all’economia italiana. Il Pil, l’indicatore per eccellenza dello stato di salute del Paese, sarà fissato quest’anno a -8 per cento, il deficit ad oltre il 10 per cento, il rapporto debito/Pil sale fino al 155 per cento.  Nello stesso Def l’esecutivo stima che quest’anno gli occupati caleranno del 2,1 per cento, il che significa che si perderanno quasi mezzo milione di posti di lavoro.  Il numero dei lavoratori per i quali le aziende hanno chiesto la cassa integrazione è senza precedenti: 7,3 milioni. Sono numeri pesanti. La nuova cura secondo il governo è quasi pronta ed è contenuta in un nuovo decreto ma lo strascico del Covid si trascinerà a lungo e sarà pesante, serviranno tanti altri soldi per uscire da questo lungo incubo economico. C’è il rischio di generare tanti scontenti soprattutto se le risorse non dovessero bastare per consentire di riequilibrare una situazione fortemente critica. Il ministro dell’economia Gualtieri assicura che il sostegno al reddito dei lavoratori sarà erogato finchè ce ne sarà bisogno. Ma se questi sono i dati c’è poi l’aspetto politico. Quello che è successo e ancora accade in sede di trattativa europea all’interno della maggioranza e tra i partiti di governo e quelli di opposizione mostra una volontà di continuare ad alimentare lo scontro anziché lavorare per risolvere una situazione. Per uscire dall’emergenza Covid, e non sarà un’uscita facile o indolore, servirà un altro spirito, meno autoreferenzialità e più collaborazione tra forze politiche che sono diverse e lo resteranno ma che hanno il dovere di mettere nel cassetto i propri interessi elettorali. Al momento le possibilità di riprendere un dialogo costruttivo sono ridotte e all’orizzonte non c’è nemmeno la volontà di una tregua armata. Dovrebbe invece cominciare una fase nuova e per questo servirebbero politiche e politici all’altezza della sfida in questi tempi eccezionali.

di Andrea Covotta

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