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Quando Donat Cattin andò dal barbiere

Un giorno di febbraio del 1972, quando era atteso il varo del governo Andreotti, Carlo Donat Cattin, l’aristocratico capo della sinistra sociale democristiana, invece di andare al Quirinale per giurare nelle mani del Capo dello Stato (Giovanni Leone) quale ministro del Lavoro, andò alla barberia della Camera a farsi sistemare i capelli. Naturalmente non era un capriccio ma una mossa politica, un gesto di radicale dissenso verso la nascente coalizione che vedeva la Dc alleata con i liberali di Malagodi al termine della prima stagione del centrosinistra. Si scatenò un pandemonio: i giornali scrissero di un esecutivo soffocato nella culla, e la fama di guastafeste che Donat Cattin si era già guadagnata si arricchì ulteriormente; ma il governo non cadde. Il ministro contestatore pretese ed ottenne da Andreotti un pubblico riconoscimento del ruolo della sinistra democristiana che in qualche modo riequilibrava l’apertura a destra dell’esecutivo e, forte di quella dichiarazione concordata con Franco Evangelisti, braccio destro del premier, andò a giurare fuori tempo massimo. La crisi annunciata rientrò.

Per la cronaca, il governo cadde mesi dopo, quando furono i repubblicani a togliergli l’appoggio esterno; ma questa è un’altra storia, peraltro di agevole ricostruzione negli archivi della Repubblica. Conviene però rievocarla perché, anche se è vero che non si ripete mai negli stessi modi, tuttavia il passato ha qualcosa da insegnarci ancora oggi; e in particolare ci invita alla prudenza quando si tenta di prevedere le conseguenze di gesti politici che paiono produrre ferite insanabili. E dunque, per comprendere se anche questa volta la crisi sarà riacciuffata per i capelli, o quali ne saranno gli sviluppi in caso di rottura definitiva, bisognerà tornare all’origine delle polemiche, che nascono su un terreno particolarmente scivoloso quale è quello del rapporto fra giustizia e politica. Qui non si tratta però della pretesa del potere giudiziario di appropriarsi di competenze ad altri riservate, ma di uno scontro tutto interno alla politica, nel quale la giustizia è divenuta oggetto del contendere tra componenti della maggioranza parlamentare che in una materia così delicata dovrebbe avere una visione comune. Se questo non accade, nella contesa che inevitabilmente esplode, alla fine è la prima, non la seconda a soccombere, e non per una presunta invasione di campo dei giudici o dei pubblici ministeri, ma per l’incapacità della politica di sciogliere i nodi che essa stessa ha aggrovigliato. E’ accaduto mercoledì nelle aule di un parlamento che ancora conserva il feticcio di un bicameralismo tanto perfetto quanto deleterio, quando si è consapevolmente deciso di affidare alla magistratura la soluzione di una questione prettamente politica: la gerarchia dei rapporti fra il presidente del Consiglio e i ministri, l’elaborazione e l’esecuzione delle direttive politiche in materia di immigrazione e di sicurezza. Il nodo che la magistratura non può sciogliere rimanda alla figura di Matteo Salvini, l’uomo nero della seconda Repubblica: se lo si vuole esorcizzare, bisognerà riconoscere che ad evocarlo e nutrirlo fino alle dimensioni attuali è stato il primo governo Conte, con l’innaturale alleanza fra i due opposti populismi Lega-Cinque Stelle che ancora convivono nel Conte bis, come dimostrano l’incapacità di liberarsi della zavorra dei decreti sicurezza e la soggezione alle tirannie mediterranee di Libia ed Egitto, dove si mercanteggiano affari e diritti. Non diverso è l’equivoco per il quale si tenta di salvare il salvabile della sciagurata politica giudiziaria dei Cinque Stelle, imposta al Conte uno con la complicità della Lega, e che la Corte Costituzionale sta smantellando pezzo dopo pezzo. Trasformare oggi Matteo Renzi (che pure rischia di impaniarsi nei suoi tatticismi) nel secondo “uomo nero” della Repubblica, non servirà a nulla. A suo tempo, Andreotti (altra tempra rispetto a Conte) risolse la crisi imponendo il primato della politica, non certo con un ridicolo richiamo disciplinare.

di Guido Bossa

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