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Trent’anni fa con il muro di Berlino caduto da poco sul quotidiano La Repubblica il 28 novembre del 1989, Alberto Ronchey uno degli intellettuali più influenti del secondo dopoguerra pubblica un articolo dal titolo evocativo: “addio falce, addio martello”. Sono i simboli storici del comunismo e dei partiti comunisti, scelti perché rappresentano l’unione dei lavoratori: agricoli e industriali. Quel simbolo sta per essere cancellato dalla maggioranza del partito comunista italiano che vuole anche cambiare nome. Pochi giorni prima il segretario del PCI Achille Occhetto si presentò a Bologna per partecipare alle celebrazioni dei 45 anni dalla battaglia della Bolognina. Così, davanti a un pubblico per lo più di ex partigiani, il segretario del Pci spiegò che era necessario andare avanti con lo stesso coraggio che fu dimostrato durante la Resistenza. Gorbaciov prima di dare il via ai cambiamenti in URSS incontrò i veterani e gli disse: voi avete vinto la seconda guerra mondiale, ora se non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni. Aggiunse il segretario che bisognava non continuare su vecchie strade, ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso. Si consumò così la svolta della Bolognina che in quattordici mesi pieni di travagli per i militanti comunisti avrebbe portato allo scioglimento del Pci per confluire il 14 febbraio 1991 nel Partito democratico della Sinistra. Ronchey nel 1979 aveva coniato il neologismo fattore K dal russo Kommunizm (Comunismo), per spiegare il mancato ricambio delle forze politiche governative nei primi cinquant’anni dell’Italia repubblicana. Con esso il giornalista indicava nel Partito comunista più forte dell’Occidente l’handicap che impediva alla sinistra italiana di presentarsi unita come credibile alternativa di governo al predominio democristiano. Dieci anni dopo lo stesso Ronchey scrive dunque che occorre cambiare in fretta nome e simbolo perché “non c’ è nessuno che sappia riattaccare il picciòlo di un frutto al ramo. Quanti ne hanno voglia potranno continuare a dirsi comunisti, ma sotto un’altra insegna di partito e secondo un’accezione diversa da quella che il termine ha storicamente significato nell’ Urss e nell’ Europa orientale come in Cina e a Cuba, dovunque s’ è consumato il disastro. Forse ancora ce ne vorrà di fatica per avere in Italia un secondo partito capace di sdoganare il 25 per cento degli elettori, aspirare al ricambio del governo, farci vedere finalmente prima dell’anno 2000 la Dc all’ opposizione”. La previsione di Ronchey portò la DC non all’opposizione ma fuori dalla scena politica anche a seguito della caduta del Muro di Berlino ma la sinistra che pure in Italia negli anni novanta e duemila è stata ed è al governo è ancora lontana dall’idea di essere una vera forza di governo. Il PD erede di quella storia e di altre tradizioni politiche e culturali come quella cattolico-democratica non è la sinistra riformista che in molti immaginavano trent’anni fa. La maledizione del fattore K come la definì Ronchey si è di fatto abbattuta sulla sinistra italiana che anche quando conquista il potere non riesce a gestirlo da solo ma anzi c’è sempre bisogno di costruire alleanze talvolta esperienze positive come l’Ulivo altre volte negative come l’Unione o come l’ultima idea di governare insieme al Movimento Cinque Stelle. Proprio quest’ultima esperienza è la prova che la sinistra arriva quasi sempre in ritardo a comprendere i cambiamenti che avvengono all’interno del paese salvo poi rincorrerli quando ormai è tardi. L’ennesima controprova è proprio il rapporto con Cinque Stelle prima sottovalutati, poi avversati e ora alleati.  Gramsci scriveva che la crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Ecco quel nuovo ancora non c’è.

di Andrea Covotta

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