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Nello strano svolgersi dell’azione di questa maggioranza in poco più di un mese e mezzo le parti in gioco si sono rovesciate. Di Maio che ha insistito sul nome di Conte come premier anche della coalizione giallo-rossa adesso ne prende le distanze così come Renzi che è stato l’artefice della nuova inedita maggioranza. Zingaretti che all’inizio del percorso chiedeva discontinuità è oggi il principale sostenitore del Presidente del Consiglio. Basta questo paradosso a delineare i contorni di questa maggioranza nata per necessità e per evitare il voto anticipato dopo la rottura tra Lega e Cinque Stelle. Andare avanti in questa situazione non è semplice per attori che si sono ritrovati insieme su un palcoscenico che solo pochi mesi fa non pensavano di frequentare. La manovra economica è sempre fonte di litigi e rivendicazioni per qualsiasi coalizione di governo e allora sono inevitabili le fibrillazioni di queste giornate.  L’Europa ci osserva ma i protagonisti della maggioranza cantano ognuno il proprio spartito. Di Maio, che non è più un leader indiscusso all’interno del Movimento, chiede spazio e rivendica il ruolo di primo partito della maggioranza dei Cinque Stelle. Zingaretti è inevitabilmente costretto a recitare la parte del più responsabile mentre Renzi si comporta da battitore libero con un piede dentro e uno fuori dalla coalizione. Tenere insieme giocatori così divisi non è facile per Conte che deve dimostrare doti da “allenatore” almeno pari a quello dell’altro Conte, tecnico dell’Inter. Continuando sulla metafora calcistica deve convincere tutti gli altri che solo insieme si può fare gol, mentre divisi si rischia di perdere la partita e andare a casa. Salvini non aspetta altro. Ha radunato in piazza tanta gente a Roma, ha ormai cannibalizzato il centrodestra costringendo Berlusconi alla virata sovranista.  Non tutti in Forza Italia hanno gradito ed infatti Renzi è lì che aspetta di raccogliere i malpancisti azzurri. Italia Viva che è ufficialmente nata nello scorso week end alla Leopolda con tanto di nuovo simbolo è l’ennesimo partito personale. Come ha scritto il direttore dell’Espresso Marco Damilano “Renzi e Salvini mettono la leggerezza e la genericità dei contenuti, affinati dai comunicatori per arrivare al maggior numero di elettori possibili, insieme con la rigida divisione del mondo in buoni e cattivi. I buoni stanno con noi, i cattivi sono quelli che non stanno con noi. Eccellono nella coltivazione delle curve sociali, chiuse, tetragone, sigillate rispetto a dubbi e interrogativi. Alludono ad un sistema di leadership, maggioritario tendenzialmente presidenziale, all’americana, senza paragoni in Europa dove, nonostante tutto e con l’eccezione della Francia, vige un sistema parlamentare. La convivenza di due modelli, uno parlamentare fondato sulla Costituzione del 1948 e uno presidenziale con i nomi dei leader sui simboli e l’impronunciabile figura del capo politico inserita nei testi delle leggi elettorali, è stata uno dei più gravi motivi di debolezza dell’eterna transizione italiana”.  E così il Paese delineato dai due “Mattei” è ancora sospeso e fragile e amplifica la precarietà. Ed invece ci sarebbe bisogno di altro, di una visione comune che manca da tempo immemorabile nella nostra politica. La precarietà è diventato il tratto distintivo di ogni azione di governo. La ricerca di piccoli spazi di visibilità accomuna leader e forze politiche perennemente in bilico tra annunci e proposte di facile propaganda. Ognuno coltiva il proprio orticello, l’io ha da tempo sostituito il noi. A spronare questo Paese ad avare una visione comune è il Presidente della Repubblica Mattarella che al terreno quotidiano dello scontro contrappone la ricetta di evitare la propaganda citando ad esempio la massima latina “amicus Plato, sed magis amica veritas”, Platone è amico mio, ma la verità lo è di più.

di Andrea Covotta

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