Martedì, 4 Agosto 2026
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Dopo circa venti giorni dopo dalla sincera, pertinente ed appassionata lettera del dottor Gennaro Bellizzi al nuovo Vescovo di Avellino Mons. Aiello per una “rivoluzione della famiglia” contro il marciume e l’indifferenza all’interno della comunità avellinese, arriva il significativo ed autorevole monito del dottor Rosario Cantelmo, Procuratore della Repubblica di Avellino, per vincere “l’abitudine di farsi scivolare addosso le cose e quello che succede diventa chiacchiera da caffé di un paio di giorni, poi tutto va nel dimenticatoio e tutto continua a scivolare liscio e tutto riprende con la stessa indifferenza di sempre”.

Altri stimati personaggi hanno fatto vibrare le corde del loro profondo sentire civile e culturale, ma l’amarezza della constatazione che la stessa successiva vicenda della mobilitazione studentesca del liceo “Mancini” non ha registrato una corale, responsabile, chiaramente visibile e unitaria mobilitazione di tutti i segmenti del poligono comunitario avellinese (famiglie, scuola, parrocchie, forze sociali e livelli istituzionali) per concordare percorsi immediati e soluzioni di medio e lungo periodo, ebbene questa amarezza, si avverte ancora più immediatamente, all’indomani della constatazione che quelle del dottor Cantelmo, non sono solo impressioni, ma deludenti e sedimentati profili comportamentali. Ci sarà pure una chiave di lettura più attenta per individuare la patogenesi di questa indifferenza? Probabilmente si tratta di una comoda ed egoistica interpretazione degli specifici spazi di responsabilità entro cui ognuno e ogni soggettività del tessuto comunitario cittadino si chiude: ognuno ritiene che ad altri competa la soluzione del problema.

Nel caso specifico degli studenti del “Mancini” che per più giorni hanno scioperato, le stesse famiglie hanno scambiato il prezioso valore umano, sociale e spirituale dei propri figli studenti come un pacco postale da consegnare all’ufficio competente – nel caso in esame alla scuola – per spedirlo ad un indirizzo, senza un certo e fecondo recapito. Ha ragione, allora, il dottor Bellizzi, quando invoca una “rivoluzione della famiglia” in nome della famiglia. Personalmente, quando parlo di famiglia, certamente mi riferisco ai genitori e ai loro figli, ma non escludo la generosa e, nella stragrande maggioranza delle situazioni intrafamiliari, quella dei nonni, vera risorsa sociale, umana e spirituale delle famiglie attuali. Come superare, frattanto, la sindrome dell’indifferenza?

Anzitutto un sincero, credibile e responsabile coordinamento- immune da orpelli ideologici o partitici – che parta dalla comune consapevolezza che la crescita complessiva dei giovani, deve partire dalla disponibilità di ognuno di varcare il recinto malinteso delle proprie competenze per dedicare qualche ora in più ad incontrarsi con altri, per progettare percorsi comuni e condivisi di impegno per la famiglia: uno sforzo in più e un telefonino di meno per i nostri ragazzi. Il proposto coordinamento va inteso come strumento permanente di impegno e non collegato a momenti emergenziali specifici. Chiunque ritiene di proporre soluzioni diverse le mette sul tavolo della condivisione con determinazione e disponibilità senza confini. I mezzi di comunicazione, complessivamente intesi, hanno una fondamentale importanza per promuovere, coltivare e diffondere questa «rivoluzione della famiglia».

La Chiesa locale – soprattutto le parrocchie – l’associazionismo, le forze sociali, gli amministratori locali, la scuola debbono collocare la famiglia al centro dei loro sforzi – quelli dovuti e quelli richiesti anche se non dovuti – per ricostruire la trama di un tessuto comunitario sfilacciato, senza ordito, che eviti ulteriori fratture: non sono più accettabili facili diagnosi e ingenerose accuse, l’aratro attende tutti per tracciare solchi profondi in un terreno, già attualmente, di difficile dissodamento.

di Gerardo Salvatore edito dal Quotidiano del Sud

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