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E’ quasi passato sotto silenzio il comunicato della Cassazione che pochi giorni fa ha dichiarato conformi alla Costituzione e alle norme sul referendum le quattro richieste presentate sul testo di legge costituzionale approvato dalle Camere e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 15 aprile 2016, dichiarando legittimo il quesito sul “superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della seconda parte della Costituzione". Di conseguenza, il quesito che gli elettori italiani chiamati a confermare o meno la riforma troveranno sulla scheda che verrà loro proposta a metà ottobre, conterrà la formulazione appena richiamata e richiederà un’unica votazione – un sì o un no – sull’intera legge Boschi-Renzi. Potrà sembrare una notizia minore o quasi ovvia, e di fatto non ha trovato eccessivo riscontro sulla stampa nazionale; e invece non lo è, perché fa piazza pulita di una polemica che ha acceso i toni della campagna elettorale per il referendum, che si è aperta anzitempo sui giornali e nella pubblica opinione. L’unica domanda, che elenca i diversi capitoli nei quali si articola la riforma, rispecchia il dettato dell’articolo 138 della Costituzione, che riguarda la procedura di revisione e prescrive di sottoporre a referendum le leggi costituzionali che non siano state approvate da ciascuna Camera con la maggioranza dei due terzi dei suoi componenti. La Carta, dunque, parla di leggi nella loro interezza e organicità, con ciò mettendo fuori gioco i fautori della proposta di “spacchettamento”, cioè di separazione nella scheda referendaria, o addirittura in più schede, dei vari capitoli del provvedimento, cosicché, si fa per dire, l’elettore avrebbe potuto dire sì al superamento del bicameralismo e all’abolizione del Cnel e no alla revisione delle norme sui poteri delle Regioni (il Titolo V) o alla riduzione dei numero complessivo dei parlamentari, o viceversa. La confusione che sarebbe sorta in seguito allo “spacchettamento” appare evidente, tanto da far ritenere che almeno alcuni di coloro che lo avevano proposto intendessero semplicemente introdurre un diversivo per complicare l’iter della riforma, giunta ormai all’ultima tappa del suo percorso dopo ben sei votazioni conformi fra Camera e Senato, tutte a maggioranza assoluta. Del resto, anche l’appello dei 50 costituzionalisti contro la legge Boschi pubblicato a fine aprile sembrava auspicare la possibilità di “votare separatamente” su singoli temi, pur riconoscendo tuttavia che, eventualmente, meglio sarebbe stato effettuare la scomposizione in Parlamento, presentando diversi disegni di legge; il che non è avvenuto (e c’era stato tutto il tempo per farlo). Ora è possibile che il diversivo sia definitivamente accantonato, così come può darsi invece che si tenti di ripresentarlo in sede di Consulta; ma in ogni caso la decisione dell’Ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione dovrebbe aver sgomberato il terreno da questo argomento pretestuoso. Ma, prima di affrontare il merito della riforma, già se ne avanzano altri, come l’effetto “perverso” della combinazione fra riforma della Costituzione con la conseguente esclusione del Senato dai circuito fiduciario con il Governo e la legge elettorale della Camera che prevede un premio di maggioranza per la lista che supera il 40% dei voti al primo turno o che vince il ballottaggio. Si dice che il “premio” è troppo elevato, mentre la verità è che consegnerebbe al vincitore una maggioranza di 340 seggi su 630 (il 55%). Se si tiene conto che nell’attuale legislatura sono ben oltre duecento i parlamentari che hanno cambiato casacca anche passando dalla maggioranza all’opposizione (e viceversa), e che per impedire simili trasmigrazioni la riforma non dice nulla, né lo potrebbe, si vedrà come sia aleatorio il margine di governabilità che si vorrebbe assegnare al vincitore delle elezioni. Inoltre, a chi osserva che col “premio” si incoronerebbe una minoranza, si potrà far osservare che nella storia parlamentare italiana si sono visti partiti che hanno guidato governi di legislatura con percentuali elettorali di gran lunga inferiori al 55%. E nessuno si è scandalizzato. Insomma, un altro diversivo per non affrontare il nocciolo della questione, che è il contenuto della Costituzione riformata; un diversivo tanto più pretestuoso se avanzato da chi, prima di votare la legge sottoposta a referendum aveva già approvato l’Italicum.
edito dal Quotidiano del Sud

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