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Né l’appello dei “padri nobili” del centrosinistra, Romano Prodi e Valter Veltroni, né i vistosi sbandamenti cultural-politici che hanno messo in difficoltà la coalizione di centrodestra hanno consentito di sanare la frattura che vede i due tronconi del progressismo italiano presentarsi separati, se non addirittura in contrapposizione, alle elezioni del 4 marzo. In due regioni chiave, il Lazio e soprattutto la Lombardia, nelle quali si vota anche per il rinnovo dei Consigli regionali, un accordo pieno fra Partito democratico e Liberi e Uguali per la presidenza delle due giunte avrebbe potuto fare la differenza anche alle politiche.

Sistemi di voto sono diversi: quello delle regionali è più maggioritario, perché si elegge in un turno unico il “governatore” cui la legge garantisce una maggioranza solida dei partiti coalizzati; alle politiche, invece, la prevalenza dei seggi attribuiti con il proporzionale penalizza eventuali alleanze. Tuttavia l’abbinamento suggerisce altre considerazioni, prima delle quali è che un’alleanza nelle due regioni avrebbe dato all’elettorato un segnale di buona volontà in vista di eventuali possibili accordi sul dopo 4 marzo quando si tratterà di dare un governo al paese.

La posta in palio in Lombardia e in Lazio non è piccola. Nella regione più ricca e popolosa d’Italia, da sempre governata dal centrodestra, si eleggono 102 deputati, dei quali 37 nei collegi maggioritari; nel Lazio gli eletti sono 58 (21 nel maggioritario). Non è consentito il voto disgiunto, quindi chi nel proprio collegio sceglie un candidato proietta il suo voto anche sul partito o sui partiti a lui collegati nel proporzionale (naturalmente può scegliere fra le liste i cui simboli compaiono sulla scheda). Però la convergenza sul candidato presidente della Regione poteva prefigurare una strategia comune anche per il dopo. L’aveva detto esplicitamente Romano Prodi: “Le forze del centrosinistra recuperino il buon senso e si mettano insieme per le elezioni regionali e anche per quelle nazionali”. Più minimalista ma non meno determinato Veltroni: “Sarebbe un vero e proprio delitto presentarsi divisi in due regioni fondamentali per il Paese”. Invece non sarà così, o meglio lo sarà solo a metà, perché l’intransigenza della frazione di sinistra di Liberi e Uguali ha dato disco verde per l’accordo nel Lazio, ma non per la Lombardia, dove LeU presenterà un suo candidato, un ex sindacalista della Cgil che naturalmente non ha alcuna possibilità di vittoria ma può contribuire alla sconfitta del candidato piddino Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, proprio nel momento nel quale lo schieramento di centrodestra, privo del suo portabandiera Roberto Maroni, presidente uscente che ha rinunciato alla ricandidatura, si trova in difficoltà a causa delle affermazioni apertamente razziste del candidato leghista Attilio Fontana.

Il sospetto è che l’accordo su Zingaretti nasca dalla concreta possibilità di una sua vittoria, e quindi della presenza di esponenti di LeU nella futura giunta; mentre in Lombardia la corsa di Gori sarebbe comunque in salita, e tanto vale allora rassegnarsi a restare all’opposizione. Ma a queste considerazioni si deve aggiungere che nel dibattito interno a Liberi e Uguali che ha preceduto le decisioni sulle alleanze sono risultati determinanti quelle componenti estremistiche che avevano già provocato la caduta dei governi dell’Ulivo, o i loro eredi politici: Civati, Fratoianni, Fassina, mentre il leader della neonata formazione, Pietro Grasso, ha tentennato e alla fine si è rimesso alle decisioni delle assemblee locali. Insomma, un’occasione perduta. A questo punto risulta fuori luogo anche l’invito di Massimo D’Alema, eminenza grigia di Liberi e Uguali, a guardare oltre il voto: ”Non facciamoci del male; creiamo le condizioni per un dialogo futuro”, perché dopo il 4 marzo viene il 5, e dopo il 5 D’Alema vede un governo del Presidente: “Una convergenza di tanti partiti diversi attorno a obiettivi molto limitati”, mentre il parlamento avrebbe un compito costituente. Vecchio schema, subito contestato non solo da chi aveva già boicottato l’accordo su Gori, ma anche da Laura Boldrini e dallo stesso Grasso. Un “governo del Presidente” consacrerebbe la sconfitta della politica a favore delle più spericolate manovre parlamentari, ma anche un distacco forse definitivo fra classe dirigente e società, una finestra aperta sull’abisso.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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