Giovedì, 5 Novembre 2026
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Non sarà la stessa cosa, la mancanza del pubblico, il senso di vuoto rende la ripresa del campionato un evento che ci riporta ad una normalità da tempi del covid. L’antipasto è stata la Coppa Italia ma il vero pranzo è la ripresa della serie A nel prossimo week end. Non ci siamo messi alle spalle paure ed incertezze tutti però ci auguriamo, ci illudiamo, vogliamo tornare attraverso un pallone a riprendere la quotidianità della vita. Manca il pathos, mancano i tifosi e manca la brillantezza atletica dei giocatori dopo tre mesi di stop forzato. Seduti davanti alla TV ci possiamo godere solo le urla nel silenzio dei calciatori e possiamo esultare solo da casa ad un gol. L’Olimpico, San Siro o il nostro Partenio-Lombardi restano un frutto proibito ma dopo cento giorni senza calcio sarà comunque una piccola festa. L’importante è ricominciare. Curiosamente la ripresa del campionato arriva qualche giorno dopo una ricorrenza storica del nostro calcio. Il 17 giugno del 1970, cinquant’anni fa, la partita del secolo: Italia-Germania 4-3. Una gara entrata nella leggenda, è diventata un film, sono stati scritti dei libri e delle canzoni, è diventata un mito immortale. Era la semifinale dei mondiali e gli azzurri perderanno poi in finale contro il Brasile del grande Pelè. Quel 17 giugno in Messico la partita si gioca nel pomeriggio, ma in Italia, a causa del fuso orario, si conclude quando sono ormai le tre di notte. La partita, trasmessa dalla Rai è commentata dall’eloquio elegante di Nando Martellini, è un susseguirsi di emozioni non tanto nei novanta minuti ma nei trenta dei tempi supplementari. Dal ’94 al minuto 111 ci sono ben cinque gol. L’ultimo lo sigla Gianni Rivera. E’ entrato nel secondo tempo al posto di Mazzola, la famosa “staffetta” inventata dall’allenatore Ferruccio Valcareggi convinto che le due bandiere di Milan ed Inter non possono giocare insieme ma devono alternarsi. Qualche giorno fa “Il Foglio” ha intervistato il figlio di Valcareggi, Furio, che allora aveva 24 anni e seguì il padre in quella trasferta. Racconta che il “4-3 fu una liberazione, una forma di consapevolezza. Di aver fatto una cosa storica, irripetibile. Guardavo il mio babbo in panchina. Ero felice per lui. Una volta finita corsi al ritiro della squadra, la Federazione passava due telefonate al giorno per l’Italia. Chiamai mamma che mi disse: qui sono tutti impazziti, c’è un uomo nudo sul terrazzo di fronte che sta ballando”. In Italia in effetti si vive un momento di euforia collettiva per una partita folle ed avvincente. E’ estate e tutti si riversano per strada e perfino le Chiese suonano le campane. Tanta gente al mare finisce in acqua e chi sta in città fa il bagno nelle fontane. Scene simili si rivedranno altre volte per la nazionale e per le squadre vincitrici di un campionato. L’undici giugno del ’78 anche Avellino è invasa dai tifosi e dalle bandiere biancoverdi. Si festeggia la prima storica promozione in serie A. Proprio in quella stagione magica del ’78-79 Ferruccio Valcareggi è avversario dell’Avellino. Guida la Roma del costruttore Anzalone e di un giovane Luciano Moggi come direttore sportivo. L’Avellino si salva dopo un miracoloso e rocambolesco 3-3 in casa della Juventus con la sostituzione di Alessandrelli al posto del mitico Zoff. Sarà la prima salvezza. Oggi non ci dobbiamo salvare ma sognare. Tra poco ricomincia a giocare la serie C. L’Avellino della nuova proprietà D’Agostino giocherà i play off per una promozione in B. I sogni appunto non sono vietati e chissà che un anno così orribile come questo della pandemia non ci regali un sorriso e una festa insperata.

di Andrea Covotta

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