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Sanremo canta ad un’Italia che piange

Sanremo canta ad un’Italia che conta i suoi morti, (siamo a quota centomila!), dove i contagi aumentano e le terapie intensive pure. Le regioni vanno tingendosi di arancione scuro tendente al rosso; si preannunciano nuovi lockdown e torna la paura e la rabbia in tutti quelli che non sanno come conciliare il pasto con la cena. “Ehi! Della gondola/ qual novità? / – Il morbo infuria/ il pan ci manca/ sul ponte sventola bandiera bianca/”. Da noi, invece, impazzano le luci psichedeliche dell’Ariston e i nuovi look di tutti quelli che si esibiscono sul palcoscenico dell’Ariston.

Il festival della canzone italiana andava sospeso come sono state sospese tutte le attività non essenziali perché ritenute di svago come gli spettacoli, i divertimenti, il turismo. I teatri, i cinema, i musei sono chiusi da tempo immemorabile perché ritenute manifestazioni ricreative e non culturali. Chiuse anche le palestre, le piscine, i centri sciistici, gli alberghi turistici ed anche le scuole e le università, ma non le chiese.

Sanremo no, non si poteva fermare non perché è il simbolo dell’Italia canora, che ha fatto conoscere la canzone italiana nel mondo, ma perché al fondo ci sono interessi fortissimi che fanno gridare allo scandalo le altre categorie sacrificate. La Rai doveva essere un esempio di cautela e di sicurezza e non era affatto il caso di invitare a cantare. Avrebbe fatto opera meritoria se avesse riportato in televisione testi teatrali, facendo lavorare molti nostri attori, e del buon cinema invece degli insulsi talk show con tutti i virologi in circolazione e giornalisti e politici che si vedono ad ogni ora e trasmissione in tutti i programmi televisivi ripetendo sempre le stesse cose. Eppure la Rai dovrebbe essere una fabbrica di cultura, come lo è stata agli esordi; la più grande che ha il Paese, e non un ricettacolo di banalità, di gossip, di ricerca dell’audience a tutti i costi, dell’effimero e degli stereotipi come una qualsiasi televisione commerciale nella quale la canzone e il divertimento e la spensieratezza costituiscono l’unico obbiettivo perseguito

Per questi motivi il festival non poteva essere sospeso! E’ un’icona dell’Italia della quale non se ne può fare a meno. Siamo alla settantunesima edizione e non ci si poteva certo fermare davanti a qualche contagio che ha colpito un cantante (Irama) che si è dovuto ritirare dalla gara e un’ospite Simona Ventura) che non ha potuto partecipare. Non si poteva fermare alle poltrone vuote  dei “culi” celebri, (quelli della Rai) che hanno avuto paura secondo Fiorello; gli applausi registrati; le mascherine che compaiono e scompaiono; le distanze che si accorciano fino agli abbracci; il turbinio sfavillante delle luci psichedeliche che ti danno alla testa e la buona volontà di Amadeus e Fiorello che hanno tentato di  a metterla- quando hanno potuto- sul sociale, come nel caso di Elodia una ragazza della borgata romana che ha manifestato dal palco un popolo ” disilluso arrabbiato e peggio che dimenticato, rimosso”, come ha scritto Gramellini sul Corriere,. Non si poteva interrompere una tradizione che dura dagli anni cinquanta del secolo scorso senza mai fermarsi sul cui palcoscenico si sono esibiti i presentatori più illustri a cominciare da Nunzio Filogamo (Miei cari amici vicini e lontani, buonasera!) a M Buongiorno (Allegria, allegria), Pippo Baudo fino a Conti e Amadeus, dove sono passati tutti i cantanti, da quelli melodici alla Nilla Pizzi, Claudio villa agli urlatori alla Dallara. a Modugno, a tutti i direttori d’orchestra, a cominciare dal mitico Cinico Angelini.

Pazienza se lo share è diminuito dell’11% e si sono persi due milioni di spettatori. Sono inconvenienti del mestiere. Importante è andare avanti e dare alla TV di stato di continuare a parlare di Sanremo, a reti unificate, 24 ore al giorno ancora una settimana. Questa settantunesima edizione sarà ricordata più come il festival delle mascherine che della vittoria dei Maneskin.

L’Italia non è forse un Paese di Santi, navigatori e cantautori?

di Nino Lanzetta

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