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Schrader riceve il premio Laceno d’oro: “Difficile immaginare il futuro del cinema. Ma le nuove tecnologie non conoscono il segreto dell’empatia”

“E’ difficile dire quale sarà il futuro del cinema. E’ un processo in continuo cambiamento. la rivoluzione digitale ha trasformato ogni cosa. Tutto ciò che pensavamo di sapere non è più valido”. Lo sottolinea il regista Paul Schrader, insignito del premio alla carriera nella cornice del cinema Partenio, nel corso della masterclass condotta da Sergio Sozzo e Aldo Spiniello. “Oggi possiamo tanto sperimentare l’esperienza di una serie in 15 episodi  – prosegue Schrader – quanto un video di 11 minuti, non sappiamo neppure più come vengono realizzati i film, trovandoci di fronte alle tecniche più diverse. E’ cambiato  persino il modo di accedere ai fondi, sono tante le motivazioni che possono essere alla base del finanziamento di una pellicola. Ecco perchè può essere utile cercare di elaborare una guida per capire in che direzione il pubblico vuole che si vada”. E a chi gli chiede cosa sia l’oscenità oggi risponde che “è la mancanza di empatia. Da questo punto di vista, il cinema svolge un ruolo importante proprio perchè favorisce il sentimento dell’empatia nell’esaltazione del bene o del male. Le nuove tecnologie non sono ancora riuscite a creare umanoidi in grado di suscitare empatia. Ma ci stanno provando, creeranno dei non umani che saranno guardati da altri non umani?”. Spiega come l’arte di suscitare l’empatia dello spettatore nei confronti del personaggio “è come un ballo, bisogna saper dosare gli elementi, operando per sottrazione. Nel 1970 ho visto 75 minuti un film come Diario di un ladro di Bresson. Ho pensato all’educazione religiosa che avevo ricevuto, a cui si contrapponeva il mondo profano in cui vivevo. Pensavo che le due dimensioni non si sarebbero mai incontrate e invece il film mi ha fatto capire che questa unione era possibile, a livello stilistico almeno. Ho capito che avrei potuto fare anch’io un film in questo modo ed è nato Taxi Driver”. E confessa che “guardare un film è il massimo della pigrizia, poichè la pelliccola mostra immagini, presenta discorsi, ci dice quali sentimenti provare, il pubblico ha un ruolo passivo”. Sottolinea come sono tanti gli elementi che caratterizzano la realizzazione di un film “la composizione, le luci, il movimento della macchina, è come un buffet da cui il regista sceglie la tecnica che più gli piace. Centrale è creare l’attesa di qualcosa che poi viene fuori. Scorsese diceva che io amavo le miniature olandesi e lui gli affreschi per sottolineare le differenze tra noi”.

E del cinema sempre più immersivo spiega che “Non sono un gamer ma l’impressione è che una parte di questa spinta sia verso l’ultrapassivo”. Del suo ultimo film “Oh Canada” spiega di aver voluto raccontare la storia, tratta dal romanzo di Russel Banks, di un uomo sul punto di morte con attori come Richard Gere, spesso un po’ manierista ed eccessivo nella recitazione “Mi ha detto:come sei riuscito a farmi interpretare un film, facendomi fare così poco?”a Jacob Elordy. Se avessi dovuto girare di nuovo American gigolò avrei voluto Jacob”. E sul desiderio di alcuni registi di parlare di cinema nei loro film “E’ sempre la questione delle bottiglie vecchie per il vino buono e viceversa. Quando i grandi registi realizzano opere in cui parlano di cinema scuotono questa formula”. Risponde con sincerità alla domanda se il cinema abbia bisogno di eroi “Le brave persone sono noiose. Ma ci possono essere persone cattive che compiono azioni positive come in ‘The master gardener’ o persone buone che compiono azioni negative com in ‘Taxi driver’. Ammette che nella società “si continuano a creare contrapposizioni basate sull’etnia, il colore della pelle, l’orientamento sessuale, mettendo gli uni con gli altri, cambiano solo le modalità della contrapposizione”. Spiega come “In Taxi driver sono inciampato in un eroe esistenziale, un personaggio già affrontato dalla letteratura ma mai dal cinema che si chiede se deve continuare a vivere. Per me è stata un’autoterapia, mi sono sentito sollevato, avevo ottenuto una volta il successo del pubblico e mi era bastato. Non era importante riaverlo. Quindi ho continuato a lavorare in una certa maniera, senza cercare di essere più popolare”.

Sulla sua lavagnetta offre indicazioni agli aspiranti sceneggiatori “Partite dal problema, ad esempio un giovane che si sente solo, trovate una metafora e poi scrivete l’outline. Quindi c’è la fase della tradizione orale o storytelling. Se raccontate la storia per 45 minuti e riuscite a mantenere l’attenzione di chi ascolta la storia funziona. Poi, viene la scrittura, non bisogna essere bravissimi scrittori per diventare sceneggiatori. Ho lezioni di sceneggiatura che durano 10 settimane e alla settima settimana i miei allievi sono già in grado di scrivere”. Ammete di “avere utilizzato nei film molta violenza, attraverso ritratti di personaggi che tirano fuori la parte più sanguinaria. Poi, un giorno, su una rivista ho visto il mio nome accanto a quelli di Scorsese e De Palma, presentati come registi che amavano essere brutali nei loro film. E ho cominciato a fare marcia indietro. Oggi la violenza è superficiale ed eccessiva”. E confessa come l’educazione religiosa “calvinista, secondo cui il corpo è la prigione e la morte è una liberazione ha condizionato moltissimo la mia formazione. Ecco perchè ricorro a simboli come la prigione o a rituali liberatori come il cibo Non lo avrei mai fatto prima. Ma oggi direi al mondo che lo amo”. A premiarlo Tonino Spagnuolo, alla guida del circolo Immaginazione e Maria Vittoria Pellecchia, direttore artistico e Schrader non nasconde la sua emozione per un’accoglienza che non dimenticherà e un premio che lo riempie di orgoglio

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