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Tra pochi giorni il quarantennale del terremoto, una data spartiacque per tutti gli irpini. Il direttore del Mattino di allora, Roberto Ciuni, in un editoriale per un supplemento del quotidiano, ad un anno di distanza dal sisma, raccontava di aver chiamato lo scrittore Leonardo Sciascia per chiedergli un’idea sulla ricostruzione, ma non avendolo trovato, ha riletto un brano di un suo libro “Nero su Nero”, nel quale Sciascia descrive la ricostruzione in Sicilia dopo il terribile terremoto del 1693. Il Duca di Camastra – scrive Sciascia – fu mandato nella Val di Noto come vicario del viceré, aiutato da un prete suo subordinato che si intendeva, come oggi si direbbe, di urbanistica, diede mano alla ricostruzione di ventitré paesi totalmente distrutti e tra questi Catania, Noto, Lentini e Avola e di altri diciannove distrutti quasi totalmente, di tanti altri danneggiati. Sciascia racconta che il Duca di Camastra passasse a cavallo tra le macerie segnando dove strade e piazze dovevano sorgere, da queste passeggiate a cavallo sono nate meraviglie giunte fino a noi, e che hanno resistito a terremoti successivi. Si chiede Sciascia “si può ricordare un uomo simile, in tempi in cui godiamo di democrazia, di socialismo e di architetti?” Interrogativi che dimostrano il gusto del paradosso e l’immensa cultura dello scrittore siciliano, scomparso proprio il 20 novembre di 31 anni fa. Una figura che occorre ricordare non solo, ovviamente, per l’aneddoto citato da Ciuni e che riguarda la “malanotte” del nostro terribile 23 novembre ma soprattutto per la straordinaria eredità che ci ha lasciato. Un intellettuale scomodo, in un mondo come quello di oggi dove un po’ tutti tendono ad omologarsi. I suoi romanzi ci hanno aiutato a comprendere i cambiamenti della società e a scavare in profondità nella sostanza civile del Paese. Intravide meglio e prima di altri il disfacimento delle nostre istituzioni, il carattere puramente teatrale di molti dibattitti politici dove ognuno dei protagonisti recita una parte. Sciascia è l’intellettuale impegnato a non voltarsi dall’altra parte, ma a mettere il dito nella piaga degli eventi, a denunciare i mali di cui soffre l’Italia. Usa a volte la tecnica del romanzo poliziesco come una sorta di pretesto per mostrare la corruzione e la connivenza politica non solo del nostro Mezzogiorno ma di tutto il Paese. Opere letterarie spesso amare e a volte profetiche con protagonisti che si battono per ridisegnare un mondo diverso. Un Paese che Sciascia vede con poco senso etico e questo lo fa interessare ad un personaggio chiave dell’Italia di quell’epoca, Aldo Moro. Quando lo statista democristiano viene ucciso dai brigatisti, Sciascia scrive “l’Affaire Moro” e nel saggio dimostra una grande solidarietà nei confronti del politico abbandonato dai suoi amici di partito e lasciato nelle mani dei suoi carnefici. In questo ambito lo scrittore riconobbe come vere ed autentiche le lettere di Moro che, invece, molti giudicarono false. La letteratura, insomma, come cartina di tornasole per farci capire i grandi misteri italiani come quello legato all’omicidio Moro o le grandi tragedie come quella del terremoto. Uno dei più bei ricordi di Sciascia lo ha scritto il suo amico Andrea Camilleri, siciliano come lui. Il “papà letterario di Montalbano”, scomparso nel 2019, raccontò 14 anni fa che a volte non ce la faceva a scrivere e allora per ricaricare le batterie scariche, il rimedio è uno solo “consiste nell’aprire una pagina qualsiasi a caso di Leonardo Sciascia, che tengo sotto mano nel mio studio, e leggo, e quando ho finito di leggere quella pagina mi sento che le mia batterie si sono ricaricate. Ha la capacità, una pagina di Leonardo Sciascia, di farmi tornare vivo”.

di Andrea Covotta

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