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Davvero non si comprende il motivo della imminente scissione del Partito democratico, così come non si comprenderebbe il motivo di un rinvio della separazione o di un superamento delle ragioni (quali?) che l’avrebbero determinata. I tentativi per evitare il trauma della rottura, che sono in atto e proseguiranno nei prossimi giorni, probabilmente raggiungeranno l’obiettivo di prendere tempo ed evitare decisioni immediate e quindi irreparabili, il che equivarrebbe a ricucire la situazione; ma è arduo pensare che ciò sarebbe di per sé un bene. Di fatto, in un Pd niente affatto pacificato continuerebbero a convivere due partiti in perenne, astiosa polemica, e ancora una volta non si comprenderebbero le ragioni della spaccatura. D’altra parte, ed è un dramma, neppure la scissione, o il proseguimento di una difficile convivenza, suscita emozioni, né fra i protagonisti della vicenda né fra i simpatizzanti o i semplici spettatori. Bisogna dunque rassegnarsi al declino inarrestabile di una esperienza politica che alla sua nascita, dieci anni fa, suscitò grandi speranze e un vero e proprio consenso popolare? Ricordiamo gli oltre tre milioni e mezzo di partecipanti alle primarie che incoronarono Walter Veltroni primo segretario del partito nell’ottobre 2007, e, quattro mesi prima, l’assemblea del Lingotto nella quale il futuro segretario annunciò il progetto di unire in una sola forma partito le grandi culture della tradizione democratica italiana: quella cattolica, quella socialista e quella laico-liberale. Sarebbe stata una cosa del tutto nuova, disse allora Veltroni, ammonendo: “Se questo partito dovesse iniziare il cammino con i difetti della politica preesistente, con i gruppi e le correnti chiuse e in conflitto, sarebbe quanto di più lontano dallo spirito che in queste ore sento attorno a noi”. Purtroppo è quanto, non subito, è accaduto. Il Pd ha superato indenne successi elettorali e sconfitte, battaglie d’opposizione, vittorie e stagioni felici; ma ora appare preda dei conflitti intestini che proprio il fondatore aveva tentato di esorcizzare; e il segretario di oggi Matteo Renzi si appresta a tornare al Lingotto (lo farà a metà marzo) per presentare la piattaforma di un partito che, forse, avrà sofferto l’amputazione di una parte importante della propria classe dirigente, ma certamente dovrà fare i conti con lo smarrimento della carica ideale che l’aveva visto nascere. “Un incubo”, ha detto in questi giorni il fondatore. Dunque, scissione senza emozione. O forzata convivenza priva di riconciliazione, con la prospettiva di una ancora lunga stagione di litigi, sgambetti e rancori. Fino alle prossime elezioni (probabilmente fra un anno) che segneranno una dura sconfitta (se ne avrà un anticipo alle amministrative di primavera). Tutto ciò mentre attorno e fuori dal Pd il mondo sta cambiando rapidamente, con l’Italia che sta a guardare rivolgimenti epocali al di fuori dei confini. Nell’intervista di mercoledì al “Corriere della Sera” Veltroni ha colto la drammaticità del momento: “mentre la sinistra balbetta e si divide, è nata una nuova destra”, populista, sovranista, protezionista, capace di rispondere con il linguaggio semplificato della forza alle ansie del momento storico. La prospettiva della scissione è quella che Veltroni evoca: quel che resterebbe del Pd di Renzi risucchiato verso il centro, in una posizione innaturale perché nell’Italia del 2017 il centro non è paragonabile al centro repubblicano che in Francia, alleato con la sinistra, potrebbe sconfiggere Marine Le Pen alle presidenziali; e una sinistra ridotta ad un simulacro elettorale di se stessa, tra il 5 e il 10 per cento. La storia della sinistra italiana ha conosciuto un’infinità di scissioni, e in questi giorni c’è chi si è divertito ad enumerarle; ma si è trattato sempre di piccoli numeri: il grosso del partito è rimasto intatto, magari cambiando nome. Questa volta sarebbe diverso. Una scissione senza emozioni, né in chi va né in chi resta.
edito dal Quotidiano del Sud

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