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Uno spettro (retorico) si aggira sul dopo voto in Italia: lo spettro della Responsabilità. Chiama in causa gli sconfitti, in pratica il Partito Democratico, piuttosto renitenti; viene brandito, finirà per diventare come la spada di Brenno?. 

Da chi ha vinto ma non è in condizione di poter contare su maggioranze autonome per varare un governo. Si va a caccia di precedenti. Si ricorda il governo Andreotti varato nel 1976 con la formula della non sfiducia (o delle astensioni) che però alla bisogna attuale sta come i cavoli a merenda. L’Italia di allora era caratterizzata dalla presenza sulla scena di partiti con antiche e ramificate radici nelle quali si riconoscevano le ancora solide culture politiche del Novecento. Quel passaggio, la cui trama venne tessuta da leader come Moro e Berlinguer, ce ne sono in giro di simili?, rappresentò il preludio al compromesso storico inaugurato due anni più tardi nel sangue con il sequestro e poi l’assassinio del presidente della Dc. Impraticabile il copia&incolla. In quella Italia di 42 anni fa venne interrotta la convenzione ad escludere il Pci, che Berlinguer dopo i fatti di Praga aveva portato “sotto l’ombrello della Nato”, per fronteggiare il terrorismo: quel concorso di responsabilità trovava la sua ragione d’essere nella difesa delle istituzioni democratiche garanti della convivenza civile. E’ oggi in pericolo la democrazia? Un governo che non riesce a farsi, sarebbe una picconata mortale? Non scherziamo, ma se davvero lo si temesse alla coalizione di centrodestra e al M5s non resterebbe che muoversi di conseguenza e presto. E’ però altamente improbabile che questo avvenga: la democrazia non è in pericolo e non c’è un solo proposito attendibile su cui i due vincitori possano andare d’accordo. Prende così forma lo spettro della Responsabilità che vorrebbe trasferire all’unico sconfitto il ruolo di arbitro che assegna le carte. Il paradosso congegnato da una pessima legge elettorale per la quale ancora nessuno ha chiesto scusa, a sua volta ha scarse possibilità di affermarsi per il prevalere nel Pd di una linea influenzata dalle tossine della sconfitta ma fondata: gli italiani ci hanno collocati all’opposizione. Una linea vincente ad una sola condizione: che Salvini, dopo aver inevitabilmente rotto con Berlusconi, faccia il governo con Di Maio, sempre che Di Maio non finisca per rompere con i suoi. Insieme naufragherebbero in sei mesi. Fantapolitica. La realtà che si fa strada è quella di nuove ravvicinate elezioni che il Paese, anche grazie alla garanzia che rappresenta Mattarella, può sopportare senza eccessive conseguenze. Potrà sopportarle il Pd? Una eventuale nuova legge elettorale non cambierebbe lo scenario uscito dal 4 marzo, mortificherebbe ulteriormente le percentuali ottenute con Renzi alla guida e per tabulas allargherebbe quelle degli altri, soprattutto del M5s, rinviando il chiarimento di carattere generale che oggi costituisce l’interesse primario del Paese: costringere chi ha vinto offrendo palingenesi di dubbio conio ad essere conseguente con gli impegni assunti. Il punto è come. Il “mai con gli estremisti” guarda al dito e non alla luna, è una lettura da recinto perché scambia l’effetto con la causa, si ferma ai terminali sui quali si è riversato il voto e non sul profondo disagio che insieme alla contraddittoria ma reale richiesta di cambiamento anche radicale, lo ha determinato. C’è un’unica strada per il Pd: in cambio di niente, mettere nelle mani del Capo dello Stato, non in quelle di Salvini o di Di Maio, la sua disponibilità a far partire un governo. Sarebbe un segnale forte ai quasi cinque milioni di elettori persi in cinque anni e un esempio di serietà che gli italiani apprezzerebbero. A ben vedere, è’ questa la vera traversata nel deserto che attende il Pd e che gli esiti potranno anche rendere più breve del previsto. 

di Norberto Vitale edito dal Quotidiano del Sud

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