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Quel giorno don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, mi ricevette in un salone immenso, spoglio e solo con alcuni indumenti sparsi sul pavimento, probabilmente da consegnare ai poveri. Con lui rimasi a discutere per circa due ore e quando mi congedò, regalandomi un suo scritto che custodisco gelosamente, le sue riflessioni sulla condizione della povertà nel Mezzogiorno e sulle cause che la producono, sono state nel mio lavoro un faro sempre acceso nell’interpretazione dei fenomeni che si sono susseguiti in questi decenni nel Sud.

Passano i leader della politica italiana da Berlusconi, Letta, Renzi, per citarne solo alcuni, ma la musica è sempre la stessa: il cahier de doleance è stracolmo di promesse dai nomi altisonanti. Si va dai Piani di sviluppo abortiti ai generici masterplan per le grandi opere infrastrutturali, megaprogetti al centro del dibattito da più di mezzo secolo e mai portati a termine.

Di una realtà diffusa nella carne del Sud difficilmente si parla: dei fondi stanziati e del ruolo della criminalità. E qui mi torna in mente don Tonino Bello e il suo rammarico per i grandi silenzi sull’argomento. Ci sono, a mio avviso, due chiavi di lettura.

La prima suggerisce una riflessione sul percorso del danaro, il profumo dei soldi. I poteri criminali corrono dove avvertono l’arrivo dei fondi, europei, governativi, regionali e degli enti locali. C’è un cantiere che si apre e loro, i poteri criminali, bussano e minacciano a suon di bombe. La seconda è nella mancanza di trasparenza di chi amministra e nella burocrazia che – come migliaia di processi testimoniano – narrano della collusione tra politica e criminalità organizzata. E chi tocca questi interessi, come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le tante vittime e eroi che hanno insanguinato il Mezzogiorno, viene messo a tacere per sempre.

Naturalmente questi intrecci non riguardano solo il Sud, ma sono, in modo
meno evidente, nella storia criminale del Paese. Nel Mezzogiorno il fenomeno è dilagante perché esso agisce su una antica fragilità morale della sua classe dirigente, sul cui ruolo nelle Istituzioni c’è molto da dire.

Ciò che sorprende è il silenzio su questa permeabilità della politica (Draghi ne ha
fatto cenno all’atto della sua investitura). Quasi una ritrosia a discuterne: cercandone i motivi si può spaziare dalla paura al becero affarismo. Tornando a don Tonino Bello e all’intenso colloquio avuto con lui, nell’ambito di una mia inchiesta sulla chiesa e il Mezzogiorno, mi è capitato spesso di chiedere ai vari responsabili che hanno ricoperto il ruolo di ministro per il Mezzogiorno, quale fosse il loro impegno contro i poteri criminali. Ogni volta cadeva un agghiacciante silenzio. Eppure, in particolare dopo lo straordinario impegno europeo con i fondi previsti dal Recovery fund, l’odore dei soldi diventa per la criminalità organizzata sempre più intenso.

Di qui la necessità e l’urgenza di affrontare la “questione meridionale” come questione morale. Significa, in soldoni, attrezzare il territorio con uno straordinario impegno non solo delle forze dell’ordine, ma con il recupero di quel valore sociale del bene comune a cui ciascuno deve fare riferimento: dalla politica agli uomini che la rappresentano nei partiti, dalle agenzie sociali (chiesa, sindacati, scuola, famiglia) al comune cittadino. Bonificare il territorio per non perdere la grande occasione europea è questione dell’oggi.

di Gianni Festa

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