Martedì, 1 Settembre 2026
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Di Michele Vespasiano

Si sono concluse da poco le iscrizioni scolastiche per il prossimo anno 2025/26 e il dato che emerge è allarmante: il vistoso calo di alunni determinerà la soppressione di numerose classi. Nei paesi più piccoli dell’Alta Irpinia, anno dopo anno, classe dopo classe, stanno chiudendo proprio le scuole dei primi gradi dell’istruzione, ovvero quelle (le chiamo con i nomi mai andati veramente in disuso) delle elementari e delle medie.

E il calo, appare più che evidente, tra qualche anno avrà inevitabilmente conseguenza diretta sulla formazione delle classi anche degli istituti superiori.
Il fenomeno non sembra interessare chi dovrebbe occuparsene. Mi riferisco non ai responsabili scolastici di provincia e regione, ma a quanti hanno potere normativo e legislativo per intervenire, apportando i necessari correttivi per evitare che, con la scuola, chiudano anche i paesi.
Si dice che la colpa sia dello spopolamento. Ed è vero, poiché i numeri raccontano una storia precisa e spietata. Negli ultimi decenni, secondo i dati Istat, oltre cinquemila comuni italiani con meno di cinquemila abitanti – in gran parte nell’arco appenninico e nelle aree interne del Sud – hanno registrato una significativa perdita di popolazione, con cali medi del 5-7% negli ultimi dieci anni e casi estremi fino al 35% in alcune località. Il geografo Franco Farinelli ha descritto il territorio italiano come “un mosaico di eccellenze e di vuoti”, dove i centri urbani attraggono risorse e persone, mentre le aree periferiche e marginali si svuotano di senso prima ancora che di abitanti. Non è una legge di natura, però, ma una scelta politica mancata, un’inerzia che sa di condanna.
L’esodo silenzioso ha svuotato i paesi, chiudendo assieme alle scuole anche le farmacie, le banche, la posta, allontanando i medici e i preti e lasciando solo i vecchi a contare i giorni. È colpa dell’indifferenza di chi ha sentenziato che la montagna non produce abbastanza, che conviene chiudere tutto, che le città inghiottono ogni cosa. Mentre le pianure si riempiono di capannoni e luci artificiali, tra i vicoli dei paesi dell’Appennino resta solo il vento a fischiare, portando via i nomi dei borghi.

C’è oggi un rimedio a ciò? Sicuramente sì. La via più urgente impone di applicare sistematicamente il concetto di deroga, poiché è inconcepibile che per aprire le scuole o le farmacie, progettare strade o ospedali, istituire corse di bus o linee ferroviarie debbano valere gli stessi parametri utilizzati in aree metropolitane, dove la concentrazione della popolazione comporta un’incontrollata inurbazione e quindi un’alta densità abitativa.
Per invertire la marcia, lo Stato deve vedere le aree interne non come luoghi da assistere o, ancora peggio, da accompagnare alla morte, bensì come risorsa di biodiversità sociale, di paesaggio da salvaguardare, di cultura materiale da preservare, di equilibrio idrogeologico da tutelare. Ogni frana su un versante spopolato, ogni aerogeneratore che svetta dove un tempo c’era un terreno vocato a pascolo o a cereali, ogni parco solare su aridi terreni assolati deriva dall’abbandono agricolo, dalla mancanza di manutenzione, dall’assenza di presidi umani che per secoli hanno abitato l’Irpinia. Allo stesso modo, ogni casa vuota, ogni scuola che perde alunni, ogni studio medico che chiude equivale alla sconfitta dello Stato.
Il problema, non appaia irrilevante, investe anche una questione lessicale: parlando di questi territori serve smettere di utilizzare locuzioni come “aree di declino”, “zone fragili” o “aree marginali”, poiché depistano il concetto di abbandono, riducendolo quasi a un problema topografico e non, invece, a una condizione di deprivazione sociologica, qual è nella realtà. Occorre agire per evitare che possano diventare “luoghi solidificati nella dimensione della memoria”, come li definisce Vito Teti, il sociologo calabrese che, però, ha anche coniato il termine “restanza”.

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