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Tra divisioni e rischio populismo 

Si vota fra tre giorni. Le elezioni in Sicilia sono un antipasto, l’ultima occasione per misurare percentuali, sperimentare nuove alleanze o leadership alternative prima delle politiche. La Sicilia terra di contrasti e di carriere politiche che non si spengono mai come quella del sindaco di Palermo Leoluca Orlando che però non è riuscito a ricucire i tanti strappi della coalizione di centro-sinistra. Articolo Uno-Mdp la formazione di Bersani e D’Alema ha rotto con il PD e ha scelto di puntare sulla candidatura del giornalista Fava alternativa a quella del Rettore Micari.

Risultato, almeno stando ai sondaggi, è quello di favorire gli avversari: Nello Musumeci del centro destra e Giancarlo Cancelleri dei Cinque Stelle che al momento si contendono la vittoria finale. L’ennesima rottura a sinistra si sta consumando nella terra del “Gattopardo”con riflessi anche a livello nazionale a partire dalla distanza incolmabile sulla nuova legge elettorale.

La riforma votata e fatta approvare dal PD con il sostegno determinante dei centristi, di Forza Italia e della Lega è stata bocciata dai bersaniani che l’hanno definita un pasticcio che non risolve il problema della governabilità e sono usciti dalla maggioranza di governo. Troppe volte nel passato la sinistra si è divisa favorendo gli avversari compromettendo il proprio futuro anziché costruirlo con l’obiettivo di tutelare le proprie riserve minoritarie anziché coltivare le aspirazioni maggioritarie. Ora è evidente che le responsabilità non possono essere di una parte sola. Renzi si è mosso nella convinzione sbagliata che il PD potesse avere una leadership assoluta, ma l’ex minoranza vive nell’ossessione di una guerra permanente al segretario.

La categoria dell’anti berlusconismo non ha portato molto fortuna e non si capisce perché replicare con l’antirenzismo. Le strade ormai corrono parallele e il percorso per il PD e per la sinistra verso Palazzo Chigi è assai arduo. Sarà infatti impossibile per queste due forze raggiungere in solitudine una maggioranza e quindi dovranno trovare soluzioni all’impasse che inevitabilmente si registrerà se nessuno risulterà vincente. Ma al di là delle tattiche, l’immagine che si compone nel centrosinistra è quella di una ennesima disgregazione.

Renzi continua ad assestare colpi ai suoi avversari e sembra ancora alla ricerca di una rivincita dopo la delusione referendaria che lo ha portato fuori dalla Presidenza del Consiglio. Una strategia tutta personale che non indica una finalità collettiva. E del resto chi gli si oppone più che altro si ripropone. A guidare le truppe anti renziane sono gli ex segretari del PD Bersani e del PDS D’Alema. Per contrapporsi però ad un centro destra rigenerato e ai Cinque Stelle servirebbe ben altro.

La storia insegna che il centro sinistra è stato vincente e credibile quando si è unito come è accaduto ai tempi dell’Ulivo di Prodi. L’opposto di quel che sta accadendo adesso quando le esasperanti divisioni producono un solo effetto: riportare il centrosinistra alla sconfitta. Come ha giustamente analizzato Claudio Tito “questa classe dirigente sembra non rendersi conto che in una fase in cui la società vive ogni discussione sotto la forma della radicalizzazione, le forze progressiste dovrebbero assumersi il compito di governare gli estremismi. Servirebbe una politica innovativa, europea, moderna. Che non insegua la demagogia del Movimento 5Stelle da una parte e non si abbandoni ai modelli del passato dall’altra. Servirebbe senso di responsabilità e spirito di coalizione. Due qualità al momento del tutto assenti. Due deficit che nel 2018 rischiano di trasformare l’Italia nell’unico dei grandi paesi europei in mano ai populisti. Le forze del centrosinistra vivono troppo spesso di illusioni. La principale è credere di potersi spaccare, insultare, autodistruggere e pensare comunque di essere competitive alle elezioni successive”.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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