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Tra memoria e resistenza, l’Irpinia raccontata da Tecce a Sturno

Rosa Bianco

Ieri pomeriggio, le Scalette del Palazzo Ciampo, in piazza Michele Aufiero a Sturno, si sono trasformate in un teatro all’aperto, dove il vento di fine estate ha accarezzato le pietre antiche e le parole hanno trovato dimora. La presentazione del libro “Racconti dall’Irpinia” di Giuseppe Tecce, edito da Graus Edizioni, ha donato alla comunità un momento di memoria condivisa e di intensa emozione.

Il sindaco di Sturno, Vito Di Leo, ha offerto i saluti istituzionali come un gesto di custodia, ricordando quanto sia importante ritrovarsi attorno a un libro, che non è solo opera letteraria, ma strumento di coesione, capace di restituire identità, dignità e futuro. La cultura, ha sottolineato, non è ornamento, ma fondamento del senso civico e della memoria collettiva.

Il consigliere provinciale Franco Di Cecilia ha intrecciato il suo intervento con la consapevolezza del ruolo civile della cultura, sottolineando come la scrittura di Giuseppe Tecce abbia saputo custodire il genius loci di un popolo e trasformarlo in orizzonte di senso, e come un libro possa diventare esso stesso presidio di comunità, testimonianza e resistenza contro l’oblio. La docente Paola Pepino ha colto la potenza educativa delle pagine, capaci di insegnare più di un manuale perché nate dal cuore della vita; ha ricordato come la letteratura, soprattutto quella che nasce dai territori, sappia plasmare coscienze, aprire prospettive e donare agli studenti e ai lettori di ogni età la possibilità di riconoscersi e di sentirsi parte di una storia più grande.

Sotto la mia moderazione, la parola è passata all’autore. Giuseppe Tecce ha raccontato la nascita del suo libro come si racconta un ritorno: ha evocato volti,paesaggi, silenzi e ferite, restituendo all’Irpinia la sua voce profonda, talvolta malinconica, ma sempre luminosa.

 

Il pubblico, sospeso tra ascolto e ricordo, ha accolto ogni parola come una goccia di verità, che cade sul terreno fertile della memoria. Ieri sera all’imbrunire sulle scalette di Palazzo Ciampo, l’Irpinia non è stata solo terra: è stata canto, eco, radice che ha parlato con il timbro universale della poesia.

 

Ho avuto il privilegio di accompagnare questo dialogo e di custodirne le emozioni. In quei volti illuminati dalla luce calda del tramonto, ho riconosciuto la stessa sete di appartenenza che porto dentro. Moderare per me non è stato soltanto dare ordine agli interventi, ma intrecciare le parole con i silenzi, sentire il battito di una comunità, che ha ritrovato se stessa in un libro. E mentre la sera è scesa lenta, ho percepito che raccontare l’Irpinia è stato, in fondo, raccontare anche una parte di me.

Giuseppe Tecce, con la sua voce calma e profonda, ha mostrato come la letteratura possa essere più di un racconto: è strumento di riflessione, custode di memorie, specchio dell’anima di una terra. Nei suoi testi, l’Irpinia emerge come luogo sospeso tra passato e futuro, tra radici profonde e orizzonti possibili, e la scrittura diventa gesto di resistenza, mezzo per comprendere, testimoniare e dare senso all’esistenza. Leggere Tecce significa accorgersi che ogni storia, anche la più minuta, porta con sé una verità universale: la memoria è libertà, la parola è responsabilità e la narrazione è l’unico strumento capace di trasformare il ricordo in possibilità, di far germogliare senso là dove la terra sembrava arida.

 

 

 

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