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Lo hanno definito “governo politico”, anzi il primo governo “politico” dal novembre 2011, quando  il non eletto Monti sostituì l’eletto Berlusconi; eppure l’esecutivo che ieri si è insediato a palazzo Chigi sembra piuttosto il “governo del rancore”, o meglio figlio di un rancore che non si è ancora trasformato in politica. Perché di per sé il malessere sociale che trascende in rabbia contro tutto e contro tutti può anche generare una buona politica, se questa è capace di comprenderne le ragioni e di incanalarle in progetti che soddisfino gli scontenti pur richiamandoli alla realtà di una situazione economica critica e di una congiuntura internazionale data; ma può invece limitarsi ad alimentare sterilmente se stesso se la politica si riduce a strumentalizzarlo cavalcando il dissenso anche dopo avergli spalancato le porte del palazzo.

Finora l’esecutivo Conte si è barcamenato fra le due possibilità, e non si può dire che abbia già scelto la strada da percorrere. Bisognerà leggere le dichiarazioni programmatiche, confrontarle con i contenuti del “contratto” gonfi di promesse ma avari di coperture, e poi passare alla verifica dei primi atti di governo. Anche grazie all’intervento decisamente equilibratore del Presidente della Repubblica, la composizione della squadra che affianca il presidente del Consiglio, anch’essa piena di non eletti, non sembra voler rincorrere la protesta sociale che ha gonfiato le vele dei due partiti usciti parzialmente vincitori dalle urne del 4 marzo e oggi protagonisti di un condominio spartitorio; ma ben presto le rassicurazioni fornite da Giuseppe Conte dovranno fare i conti con l’indirizzo politico che al governo verrà dettato dai due vicepremier Salvini  e Di Maio, i quali peraltro nella lunga e travagliata vigilia hanno mostrato più volte di perseguire obiettivi conflittuali nutriti da una buona dose di diffidenza reciproca. I nodi potrebbero venire presto al pettine. Al nuovo ministro dell’Economia, il cui nome è stato suggerito da Paolo Savona (la prima scelta “sovranista” dei diarchi giallo-verdi, bocciata da Mattarella) viene attribuita una maggiore fedeltà all’ideale e alle politiche europee; ma le sue opinioni in materia fiscale – aumento dell’Iva per finanziare la flat tax – avrebbero, se tradotte in misure legislative, un effetto dirompente sulla tenuta sociale del Paese alimentando il rancore delle classi medio basse colpite con il rincaro dei beni di consumo, contro le classi medio alte favorite dall’alleggerimento dei tributi. Nei due bacini elettorali hanno pescato consensi la Lega e i Cinque Stelle, che ora dovrebbero soddisfare aspettative contraddittorie.

In questi casi tocca appunto alla politica fare sintesi, tenendo conto anche dei vincoli di bilancio che sono un dato reale capace di trasformarsi in minaccia. Lo si è visto nei giorni scorsi con la burrasca sui titoli del debito italiano, mentre le sgradevoli dichiarazioni del presidente Junker e di un autorevole componente della Commissione europea confermano, purtroppo, come l’Italia sia tornata ad essere sottoposta ad una osservazione non benevola dalle parti di Bruxelles. E se il rancore antieuropeo è stato un carburante prezioso per la corsa elettorale di Lega e Cinque Stelle, toccherà ancora una volta alla politica del governo incanalarlo in un rapporto costruttivo con le istituzioni comunitarie. Sulla protesta si può costruire consenso, ma non governare.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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