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Un Parlamento in formato ridotto

Distratti dal continuo rincorrersi di voci sull’imminente crisi di governo, i giornali hanno quasi del tutto ignorato l’allarme lanciato dal deputato del Pd Andrea De Maria in occasione del recente dibattito in Aula sul bilancio della Camera. C’è da dire che in genere le sedute dedicate dai due rami del Parlamento al rendiconto della propria attività amministrativa sono di scarso interesse: ci si compiace del fatto che ogni anno si spende un po’ di meno del precedente e si fanno promesse di ulteriori risparmi per il futuro. Null’altro. Ma questa volta non è andata così liscia, perché l’on. De Maria, sulla scorta dei dati periodicamente pubblicati nel Rapporto sulla legislazione, ha sollevato l’attenzione sulla crisi dell’istituto parlamentare e sulla perdita di centralità delle Camere rispetto al Governo e nel rapporto a monte con la legislazione europea e a valle con quella delle Regioni (qui c’è anche l’insidia dell’autonomia differenziata).

Le cifre snocciolate dal deputato sono eloquenti: nel primo anno della XVIII legislatura la Camera ha tenuto 106 sedute contro le 146 dell’esordio della legislatura precedente; le Commissioni permanenti si sono riunite 1.934 volte contro le 2.908 di cinque anni fa, e conseguentemente la “produttività” dell’assemblea, in termini di progetti di legge deliberati è fortemente diminuita (50 contro 89). Ridotte anche l’attività di controllo sugli atti del governo, quella delle Commissioni d’indagine, le informative urgenti dell’Esecutivo.

Il raffronto mette in luce un indebolimento dell’organo legislativo, che pure resta al centro del nostro ordinamento. Le cronache quotidiane testimoniano di un progressivo spostamento della decisione politica dal Parlamento al Governo e della conseguente crisi della rappresentanza, con una alterazione degli equilibri determinata anche dall’ipertrofia degli spazi virtuali nei quali si perde il filo di un confronto di opinioni istituzionalmente tutelato. Ognuno parla (e spesso urla) su tutto e su tutti (spesso contro tutto e tutti) in una cacofonia confusa che rende impossibile distinguere ragioni, torti, competenze, responsabilità.

Una deriva inarrestabile? Certamente no, purché se ne prenda coscienza e si pongano rimedi adeguati. Ma il rischio di una ulteriore mortificazione dell’istituto parlamentare è imminente, mascherato dietro la riforma più demagogica fra quelle previste dal “contratto” stipulato fra Lega e Cinque Stelle, che sta per completare il suo iter fra Senato e Camera. Si tratta del drastico taglio del numero di deputati e senatori, fissato nella Costituzione rispettivamente a 630 e 315 che verrebbero portati a 400 e 200. Apparentemente un colpo alla “casta” e ai suoi appetiti, e così infatti è stato presentato soprattutto dai deputati grillini che ne sono i più decisi sostenitori; di fatto un pericoloso ridimensionamento della democrazia rappresentativa, che si concretizza nell’ipertrofia dei collegi della Camera con la conseguente perdita di contatto fra eletti ed elettori, e nel drastico taglio delle minoranze al Senato, che non riuscirebbero a superare quorum molto elevati. Resterebbe in vigore invece il bicameralismo perfetto, che è il vero nodo da sciogliere se si vuole dare credibilità alla legislazione.  Nell’indifferenza quasi assoluta, la riforma in questione ha già superato il terzo dei quattro vagli previsti dalla procedura di revisione costituzionale; poi resterà solo il referendum popolare confermativo; e si sarà compiuto un ulteriore passo verso il “superamento della democrazia rappresentativa” indicato un anno fa da Davide Casaleggio, ispiratore delle politiche costituzionali a Cinque Stelle. Con tanti saluti alla sovranità popolare. Nel frattempo ci teniamo un Parlamento in formato ridotto.

di Guido Bossa 

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