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Nel groviglio di polemiche in cui si sta avviluppando la maggioranza giallorossa si fatica ad individuare un filo che connetta paese e istituzioni, opinione pubblica e classe politica, piazza e partiti. Nato tre mesi fa per realizzare quella che ambiziosamente Zingaretti ha definito “una rigenerazione democratica” dell’Italia, il secondo governo Conte sta lentamente naufragando nel passaggio da una crisi all’altra. Rimettendo in discussione il trattato europeo cosiddetto “salva Stati”, l’esecutivo ha rischiato di perdere quell’ancoraggio internazionale che ne ha giustificato la nascita e ancora ne legittima l’esistenza. Un’eventualità non del tutto scongiurata, poiché il pericolo di uno strappo dei Cinque Stelle sul Mes è ancora presente; ma intanto l’attenzione e l’apprensione si concentrano sul capitolo giustizia e in particolare sulla riforma, anzi l’abolizione della prescrizione, a suo tempo contrattata fra Di Maio e Salvini e sempre respinta dal Pd che la giudica un inaccettabile cedimento alle istanze del populismo giudiziario. Qui non si mette in questione il rapporto con le istituzioni di Bruxelles, ma si chiama in causa l’equilibrio fra i poteri, il primato della politica, e non ultimo un principio costituzionale quale la ragionevole durata dei processi.

Anche se non sono mancate le smentite, pare che sia intervenuto Beppe Grillo in persona per richiamare all’ordine il capo politico del suo movimento e scongiurare una rottura che sarebbe stata definitiva. Giovedì, in quello che è sembrato un estremo appello alla ragionevolezza, il segretario del Pd aveva evocato l’obiettivo di un “cambiamento reale, economico e sociale” da realizzare sulla base di una “visione comune del futuro” che però la cronaca quotidiana dimostra essere di là da venire. Non diversamente, due settimane prima era stato Beppe Grillo a invitare Luigi Di Maio e i suoi parlamentari a guardare lontano, per “portare avanti” insieme ai democratici “progetti ambiziosi e di alto livello”, sfruttando il “momento magico” che scavalca la prosaica congiuntura presente. C’è un evidente parallelismo fra gli accenti dei due leader; ma la dura realtà di un’alleanza che si va progressivamente deteriorando ha subito dimostrato che non è il momento di accarezzare grandi disegni di riforma. E infatti, appena accantonati i due più recenti motivi di polemica, la discussione si è riaperta sulla legge di bilancio, che approda alle Camere già con grave ritardo e deve essere comunque approvata entro l’anno. In questo caso a mettere i bastoni frale ruote del governo sono Matteo Renzi e i suoi, che hanno fatto della riduzione delle tasse un argomento irrinunciabile, carico di suggestioni elettoralistiche.

Sarà proprio la circostanza dell’apertura in parlamento della sessione di bilancio a sconsigliare colpi di scena o traumi irreparabili; ma le premesse ci sono tutte. E proprio in questi giorni, nella distratta attenzione della grande stampa, è stato forse compiuto un passo che potrebbe rivelarsi decisivo per avvicinare la resa dei conti. I plenipotenziari dei partiti di maggioranza hanno trovato un accordo preliminare sulla nuova della legge elettorale, che si vorrebbe di impianto proporzionale con correzioni che favoriscano la governabilità, o mettendo una soglia d’ingresso alta o comunque riducendo l’eccessiva frammentazione della rappresentanza.

Il progetto di riforma dovrebbe andare in porto entro l’anno; e l’obiettivo è chiaro: penalizzare la Lega, che oggi farebbe man bassa dei collegi maggioritari, e consentire un riequilibrio delle forze a favore dei partiti di governo. A quel punto, però, il nuovo meccanismo di voto andrebbe innescato rapidamente, non potendosi pensare di portare avanti una legislatura iniziata con regole obsolete. Si dovrebbe solo decidere se votare prima o dopo l’entrata in vigore della riforma costituzionale che riduce il numero dei deputati e senatori; ed è evidente quale sarebbe l’interesse dei parlamentari uscenti in cerca di rielezione.

di Guido Bossa

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