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Una politica comune per un’Europa più forte 

L’Europa appare sospesa tra il vertice di domenica scorsa e quello che andrà in scena proprio oggi. La questione migranti rischia seriamente di far deflagrare l’Unione. Il sovranismo delle singole nazioni si è rafforzato e sentimenti di nazionalismo che sembravano sconfitti sono invece prepotentemente riemersi. In un mondo globalizzato dove il peso degli Stati Uniti, della Russia e della Cina è destinato a crescere è assolutamente miope coltivare micro orticelli. Al contrario andrebbe rafforzata l’idea di un’Europa forte e unita.

Negli ultimi anni il grande obiettivo della moneta unica è stato raggiunto e oggi nemmeno i più convinti euroscettici mettono in discussione l’euro. Non basta andrebbe adesso costruita una politica comune che trasformi le istituzioni e come qualcuno ha proposto inizi a pensare ad un ministro dell’Interno unico con competenze specifiche sul tema dell’immigrazione. Se questo tema non viene risolto a livello europeo non c’è soluzione. Il presidente del consiglio Conte sostiene che chi sbarca in Italia sbarca in Europa. Occorre insomma – secondo il nostro governo – una responsabilità comune tra tutti gli Stati e il principio guida deve essere che tutto non può ricadere sui paesi di primo arrivo e l’obbligo di salvare vite umane non può diventare l’obbligo di dar corso a domande di asilo per tutti. Inoltre servono centri di accoglienza in più paesi europei, i migranti non possono essere portati solo in Italia o in Spagna.

Le proposte italiane sono sul tavolo si vedrà nel vertice di oggi e nei prossimi incontri quali altre soluzioni adottare ma c’è un punto politico preciso: la questione immigrazione sta polarizzando le posizioni e i partiti sovranisti e nazionalisti continueranno a crescere se non ci sarà mai una risposta. Un analista attento come Stefano Folli mette giustamente in evidenza che la divisione europea sull’immigrazione incoraggia l’asse Salvini- Di Maio a procedere compatto. E immaginare che i cinque stelle o una parte di essi lascino la Lega per trovare rifugio in una nuova alleanza di governo è una speranza vana. Il voto del 4 marzo e le successive elezioni amministrative hanno confermato plasticamente questa tendenza. La Lega è il partito che aumenta in misura più consistente e trascina alla vittoria tutto il centrodestra che sfonda in zone guidate storicamente dalla sinistra. Un’onda che travolge anche gli equilibri di governo dove i cinque stelle pur essendo il partito di maggioranza soffrono l’attivismo di Salvini. Inoltre il movimento grillino dove governa fa fatica. Perde infatti a Ragusa dove aveva il sindaco o in un municipio di Roma dove la Raggi continua a perdere consensi.

Il vero sconfitto è però il PD. La resa nelle roccaforti rosse della Toscana è il segno più evidente dei ballottaggi di domenica scorsa. Il partito democratico deve prendere atto di una serie di sconfitte, avviare una seria riflessione e attrezzarsi per una lunga marcia in mezzo alle intemperie. Come ha scritto Ezio Mauro con l’esplosione del sovranismo salviniano e il grillismo “l’Italia sperimenta la torsione a destra più feroce degli ultimi decenni ed entra in crisi il concetto stesso di sinistra come se fosse una persistenza del Novecento, finita insieme col mondo delle fabbriche, delle ciminiere e delle classi organizzate. Non bisognava arrivare fin qui per capire l’emergenza. La campana a morto per l’Occidente e il campo della liberal-democrazia era suonata con l’elezione di Trump che non ha avuto nessuna lettura adeguata a sinistra. Nessun cambio di comportamento mentre stava cambiando il mondo. Non c’è stata la capacità di spiegare che insieme con la sicurezza l’espansione dei diritti è la miglior garanzia di libertà perché fa crescere la cifra complessiva della qualità della nostra vita di relazione, quella che ogni giorno scambiamo con gli altri”.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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