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Dopo l’annuncio del Presidente della Camera Fico adesso si sa che all’elezione del prossimo Capo dello Stato mancano poco più di due settimane e tra meno di un mese, il prossimo 3 febbraio, scade il settennato di Sergio Mattarella. Per quella data il suo successore potrebbe già aver giurato e quindi essere in carica anche se il passato ci insegna che il susseguirsi delle votazioni possano allungare i tempi. Il record risale al dicembre del 1971 quando servirono 23 scrutini e poi arrivò la fumata bianca con l’elezione di Giovanni Leone. Con i numeri attuali per essere eletti alla Presidenza della Repubblica servono 762 voti nei primi tre scrutini che prevedono la maggioranza dei due terzi e 506 dal quarto quando basta la maggioranza assoluta. L’incognita stavolta è duplice da un lato la pandemia consiglierebbe un’elezione rapida per dare una risposta della politica al paese, ma dall’altro lato occorre fare i conti con questo Parlamento frammentato come mai era accaduto in passato e questa anomalia condizionerà inevitabilmente l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Una situazione che in linea teorica dovrebbe spingere i partiti ad indicare una figura che goda di una larga maggioranza e non sia espressione di una stretta minoranza.  A farsi interprete di questa soluzione è, ad esempio, il segretario del PD Enrico Letta convinto che le forze politiche non possano reggere 20 votazioni e dunque il Presidente o la Presidente dovrà essere eletto nelle prime 4 o 5 votazioni. E’ evidente che in questo caso il prossimo inquilino del Quirinale non può che essere una figura istituzionale in grado di rappresentare l’unità del Paese. Semplice a dirsi più difficile a realizzarsi. Questo Parlamento iper frammentato è il risultato di una politica “impazzita” e succube dei leader che per dirla con Mattia Feltri contavano di “instaurare con gli eletti un rapporto di fedeltà e riconoscenza: io ti ho candidato, tu fai come dico io. Una idea di democrazia, fatta di partiti padronali, anzi partiti guidati da capitani di ventura, che hanno bisogno di soldati al soldo, appunto, per trasformare il Parlamento in territorio di scorrerie”. Questo è accaduto all’atto di formare le liste, ma in tre anni e mezzo si è prodotto il più largo e diffuso trasformismo parlamentare con il boom dei cambi di casacca in alcuni casi ripetuti, sono ben 52 infatti i deputati e senatori passati più volte da un gruppo ad un altro, ed inoltre sono nati all’interno delle Camere tantissimi micro partitini. Una situazione inedita che mette a dura prova la capacità di persuasione e di autorevolezza dei leader delle principali forze politiche che dovrebbero evitare manovre tattiche, le meno adatte quando occorre costruire soluzioni solide. Oggi la vera posta in gioco è la stabilità, premessa necessaria per uscire dalla doppia crisi sanitaria ed economica. Bene ha fatto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo ultimo discorso agli italiani a ricordare l’importanza della governabilità “che le istituzioni, hanno contribuito a realizzare, e che ha permesso al Paese, soprattutto in alcuni passaggi, particolarmente difficili, e impegnativi, di evitare pericolosi salti nel buio”. Il problema che abbiamo davanti per il futuro è però quello di come assicurare stabilità di governo e responsabilità di fronte agli elettori in una democrazia parlamentare che nelle ultime due elezioni, 2013 e 2018, non è riuscita ad assicurare maggioranze di governo uscite dalle urne e si è dovuta affidare a Presidenti del Consiglio tecnici che hanno di fatto commissariato la politica anche se sia Monti che Draghi hanno usato il loro potere con sobrietà e compostezza. Lo scenario futuro è ancora ricco di incognite e la clessidra si sta accorciando.

di Andrea Covotta

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