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Rispetto all’alternativa che vede oggi contrapposta da un lato l’asfittica Europa delle procedure sanzionatorie ai rinascenti nazionalismi ed ai localismi dall’altro, un nuovo spettro si aggira per il Vecchio Continente.

L’Europa, che osserva impassibile al proprio disfacimento, ha resettato il suo codice genetico, governata com’é da un asfissiante dirigismo finanziario. D’altra parte non dovrebbe essere difficile condividere la tesi secondo la quale non si può pretendere di salvarla soffiando sul fuoco del “populismo”, che ormai infiamma da piú parti i nazionalismi di ogni angolo del Vecchio Continente.

“Mente abbiamo vissuto dentro l’Europa, su di essa, non ci siamo mai sentiti abbracciati da quest’unità, da essa protetti, poiché eravamo impegnati in lotte particolari, in aspirazioni superficiali perché basate sull’unità impercettibile”, le parole di Maria Zambrano oggi piú che mai risuonano con un’attualitá disarmante, echeggiando come un monito premonitore.

La “balcanizzazione” dell’Europa non è soltanto uno spauracchio, ma un pericolo concreto alle porte, uno spettro inquietante che si aggira  tra gli Stati nazione.

Una nuova strategia globalista potrebbe mirare a frammentare gli Stati piú grandi e, come é stato per i Paesi baltici e della ex Jugoslavia, gli Stati piú piccoli, non avendo la forza di gestire la propria economia in autonomia, saranno sempre piú costretti a ricorrere a FMI e BCE, le cui politiche economiche hanno agito fin ora distruggendo il loro tessuto socio-economico, a causa delle condizioni capestro imposte per la erogazione dei “prestiti”.

Ma lo spauracchio della frammentazione é un pericolo che si sta prepotentemente affacciando anche in l’Italia, con il regionalismo differenziato che sancirebbe una separazione “di fatto”, non consensuale, tra Nord e Sud.

Una frammentazione che renderebbe più gestibile anche la “questione Italia”?

Il crescente divario tra Nord e Sud, nel tempo,  ha avuto certamente l’effetto divaricante di allungare ulteriormente le distanze di quelle che sono due aree storicamente antitetiche, polarizzate, di una nazione oggi profondamente lacerata.

Se da una parte, lo stesso Meridione è uscito fuori anche dal recinto della propria storica “questione”, scalzato da un Sudismo provinciale, strumentale, esiziale. Dall’altra, un nuovo meridionalismo non è stato ancora in grado di intercettare le complesse traiettorie del tempo presente, così da proporsi in alternativa a derive autonomiste che si rivelano agli antipodi di approdi autenticamente neomeridionalisti.

Il rozzume culturale sottostante a derive sudiste fa rintracciare il proprio indirizzo lungo strade che portano a pericolosi incroci nazional-populistici.

Il vuoto di questa Europa, come il disorientamento di quest’Italia che ha paura,  danno una vertigine e un senso di smarrimento, come é stato scritto di recente, “alligna nella ricombinazione del rapporto tra geopolitica e sicurezza, offrendo la scena a nuove leadership, e nel contempo generando nuove incognite. La violenta e dispersiva corrente della globalizzazione, insieme al naturale bisogno di ‘porto’ continuano a disegnare l’immagine di un mondo sospeso tra angosce e speranze”.

                                                               di Emilio  De Lorenzo

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