E’ oggi uno dei luoghi simbolo della città, uno spazio nel quale tre secoli di vicende familiari, politiche, culturali e sociali si intrecciano con la storia del capoluogo irpino. Uno spazio che torna alla ribalta grazie alla scelta dell’amministrazione comunale di farne la cornice della rassegna enogastronomica “Irpinia Mood”, quella che vuole essere anche l’occasione per riscoprire uno dei fiori all’occhiello del patrimonio storico-culturale cittadino, che accoglie oggi il Museo Civico.
Le prime notizie della villa, la cui storia è stata ricostruita da Andrea Massaro in “Villa Amendola Tre secoli di storia ” e a cui Cecilia Valentino ha dedicato il bellissimo “Il filo della memoria. Una villa e una città”, edito da Mephite, risalgono alla seconda metà del Settecento, quando la proprietà apparteneva a Domenico Pelosi, facoltoso possidente e amministratore della città. Attorno alla residenza si sviluppava un grande parco, arricchito da alberi e piante pregiate ed esotiche, testimonianza della passione del proprietario per la botanica.
Dopo l’8 agosto 1806, quando Avellino divenne capoluogo di provincia, la villa accolse Luigi Horto, giovane capitano della Guardia reale napoleonica, che aveva sposato Aurelia Pelosi, figlia del proprietario. La dimora divenne così anche un luogo di incontro per personalità legate alla nuova stagione politica e amministrativa della città
Nel corso dell’Ottocento la villa passò attraverso diverse vicende familiari e divenne un punto di riferimento per l’élite culturale avellinese, grazie a Francesco Amendola, figura centrale nella storia novecentesca della dimora, sindaco di Avellino nel dopoguerra dal 1947 al 1952.
Negli anni Trenta del Novecento Amendola trasformò infatti la residenza in un vero e proprio cenacolo culturale, frequentato da intellettuali, artisti e protagonisti della vita pubblica dell’epoca. Tra i nomi ricordati dalle fonti figurano Benedetto Croce, Roberto Bracco, Guido Dorso, Alfonso Carpentieri e gli storici Vincenzo Cannaviello, Francesco Scandone e Salvatore Pescatori.
La villa assunse così quella vocazione culturale che ancora oggi la caratterizza.
Sotto la villa si conserva un altro capitolo della storia cittadina: le Grotte di Villa Amendola, parte integrante dell’antico complesso.
Le cavità sotterranee furono inizialmente utilizzate per la conservazione delle derrate alimentari. Durante la Seconda guerra mondiale divennero invece un luogo di rifugio per la famiglia Amendola e per altri cittadini avellinesi, in particolare durante il drammatico bombardamento del 14 settembre 1943, che colpì duramente la città.
È proprio questo intreccio tra la dimensione privata della villa e la grande storia a rendere particolarmente significativo il complesso: nelle sue stanze e nei suoi ambienti sotterranei si possono leggere le trasformazioni di Avellino attraverso le diverse epoche.
Il passaggio fondamentale nella storia recente di Villa Amendola è rappresentato dall’acquisizione da parte del Comune di Avellino, avvenuta nel 2003. Successivamente la struttura è stata interessata da importanti interventi di recupero e valorizzazione e, nel 2013, è stata destinata a Polo culturale, con il piano nobile individuato come sede del Museo Civico. Il Museo Civico è stato aperto al pubblico nel gennaio 2014.
Oggi Villa Amendola ospita il Museo Civico di Avellino, che raccoglie testimonianze capaci di raccontare la storia della città dall’elevazione a capoluogo di provincia fino al Novecento.
Il percorso museale comprende opere d’arte, documenti, reperti, arredi e testimonianze della storia civile e politica avellinese. Tra i pezzi più significativi figura il celebre “Reuccio”, la statua bronzea di Carlo II d’Asburgo realizzata da Cosimo Fanzago nel 1668.
Il complesso comprende anche la Biblioteca comunale “Nunzia Festa”, con un patrimonio di circa 5.000 titoli, e si inserisce in un’area caratterizzata dalla presenza dell’orto botanico e dal valore naturalistico del parco



