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O Tsunami: racconto in musica quello che vivo sulla mia pelle

“Scrivo canzoni dall’età di 13 anni ma non avevo mai immaginato di inciderle. Fino a quando un mio amico non ha pubblicato un pezzo su you tube e ho preso coraggio. Poi, il destino mi ha dato una mano. Ho giocato una bolletta alla Snai e mi sono detto, se vinco registro qualche canzone e così è stato. Da allora non mi sono più fermato. ” Spiega così la sua passione per la musica Ludovico Petrone, per tutti O’ Tsunami, nato il 23 luglio 1998 a Solofra ma cresciuto a Serino, con cui ha un legame viscerale. E proprio a San Biagio di Serino sarà in concerto il 16 luglio. “Una passione, quella per la musica, nata grazie a mio fratello che mi faceva ascoltare il rap quando nessuno conosceva questo genere. Erano i brani dei Club Dogo e dei Co’Sang, che restano i miei modelli per l’autenticità della scrittura e la capacità di evocate immagini in maniera cruda e incisiva. Ma la svolta è arrivata con brani come ‘E sfunnam’  e ‘Accireme”. Allora ho cominciato a capire che la genta ascoltava le mie canzoni ”.

 Come definiresti la tua musica?

Non mi piace parlare di etichette, è difficile classificare le mie canzoni sotto un unico genere, mi sento un artista libero di spaziare tra sonorità differenti. Racconto quello che vivo sulla mia pelle, quello che sento mio. Nelle canzoni cerco di far prevalere Federico e non O’Tsunami. A volte preferisco usare il dialetto perchè arriva dritto al cuore, riesce ad emozionare. E sono proprio le emozioni che voglio trasmettere a chi mi ascolta. Proprio come mi capitava da ragazzo, quando ero giù ascoltavo musica e mi sembrava di ritrovare me stesso.

 Come si spiega oggi il fenomeno trap?

Credo che all’inizio sia stata una moda. Fino a una decina di anni fa, in pochi ascoltavano il rap, anzi chi si vestiva da rapper era guardato con sospetto o veniva preso in giro. Poi il rap ha cominciato a passare alle radio, in tanti si sono avvicinati per curiosità ed il genere è cresciuto e si è imposto con forza tra i giovani.

 Perchè hai scelto “O tsunami” come nome d’arte?

In realtà, già da piccolo mi chiamavano così. Mi aveva colpito molto il personaggio di una serie “Caccia al re”, che raccontava le vicende di una squadra di poliziotti sulle tracce di un boss. Tra i protagonisti c’era un ragazzino che con coraggio si schierava contro il boss, mi sono immedesimato nel suo coraggio, nel suo desiderio di ribellione, che ho sempre sentito mio

 Che cosa pensi delle tante polemiche sulla violenza che spesso caratterizza i testi rap e trap?

Non amo molto questo tipo di brani ma non mi permetto di giudicare gli artisti che raccontano nelle loro canzoni storie di violenza e droga. Credo che se avessi avuto un vissuto come il loro, anche io avrei affrontato simili tematiche. Continuo ad essere convinto che la musica ha un ruolo importante nella formazione dei giovani ma certo non può cambiare la visione della vita di un ragazzo, nè può indirizzarlo sulla strada sbagliata.

 Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

In uscita c’è il singolo estivo e l’anno prossimo vorrei lavorare al mio secondo album dopo “12lacrime”. Mi piacerebbe che fosse un disco potente capace di parlare non solo ai giovani. Il sogno resta Sanremo ma mi piacerebbe partecipare al festival, mantenendo un basso profilo, senza grandi clamori. Prima mi divertiva essere sempre sopra le righe, provocare e sorprendere, ora mi interessa solo fare musica, continuare lungo la mia strada, senza inseguire la popolarità. Poi, sarò impegnato in tournèè e mi piacerebbe suonare ad Avellino, dove non mi sono mai esibito. Mi chiamano ovunque tranne che nel capoluogo ma si sa, nessuno è profeta in patria.

 Quanto c’è della tua Irpinia nelle tue canzoni?

Il mio modo di essere, il mio vissuto è così strettamente legato a questa terra che non riesco a immaginare la mia vita lontano da qui e soprattutto sono certo che chi mi ascolta può riconoscere questo legame con la mia terra. Certo, è faticoso farsi strada restando qui, l’ho vissuto sulla mia pelle. Ci sono sempre molto pregiudizi nei confronti di chi vuole proporre qualcosa di nuovo o dei giovani che hanno voglia di promuovere le loro idee e creatività. Ma è qui che voglio restare.

 

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