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Ad un anno dal suo insediamento al Quirinale, il presidente Mattarella è in partenza per gli Stati Uniti dove incontrerà Barack Obama e farà tappa a New York e Houston. Temi centrali dei colloqui nello Studio ovale saranno, informa un comunicato della Casa Bianca, il contrasto al cosiddetto Stato Islamico, la crisi globale dei rifugiati, gli sviluppi economici in Europa, le questioni relative al trattato di libero scambio fra Ue e Stati Uniti, da tempo in discussione e che il presidente americano vorrebbe veder concluso prima della fine del suo secondomandato. Alle Nazioni Unite, nel previsto incontro con Ban Ki Moon (anch’egli in scadenza) Mattarella e il ministro degli Esteri Gentiloni caldeggeranno la richiesta italiana di un seggio semipermanente nel Consiglio di Sicurezza per il prossimo biennio, su cui l’Assemblea generale si dovrebbe esprimere prima dell’estate. Per il nostro paese una conclusione positiva di questa maratona diplomatica sarebbe un indiscusso successo. Per ogni leader politico europeo (e quindi anche per gli italiani) l’incontro con il principale alleato atlantico segna la consacrazione di una leadership riconosciuta. Mattarella vi giunge in un momento particolare della vicenda politica americana il cui esito, a fine anno con l’elezione del successore di Obama, è destinato a incidere profondamente negli equilibri politici mondiali. Ma, valutando le iniziative istituzionali e lo stile impresso dall’inquilino del Colle negli scorsi dodici mesi, si può ritenere che anche in questa occasione – l’appuntamento forse più importante dal 31 gennaio 2015, data della sua elezione – Mattarella non mancherà di sorprendere. Si dice che in Italia ogni presidenza ha una sua specificità, anche al di là delle caratteristiche peculiari della personalità che sale al Colle, e che tale specificità dipende anche dagli equilibri, o dalle tensioni, che la dialettica politica transitoria conosce. Se è così, e se questo fa in parte la differenza fra Mattarella e il suo immediato predecessore, bisogna anche aggiungere che la cronaca politica recente ha fatto registrare una presenza discreta ma efficace del Presidente nella politica italiana, con risultati positivi che non si fa fatica a distinguere. Partiamo dal tema delle riforme costituzionali, che non si può non considerare alla vigilia di un confronto diretto fra i due sistemi politici, l’italiano e l’americano. Mattarella è stato bene attento a non entrare nel merito delle discussioni in corso, ma se ormai si è arrivati vicini al traguardo, lo si deve anche al preciso monito da lui rivolto al Parlamento in seduta comune nel giorno del giuramento: “Desidero esprimere l’auspicio che questo percorso sia portato a compimento con l’obiettivo di rendere più adeguata la nostra democrazia”. Il presidente si è ben guardato, naturalmente, dall’entrare nel merito delle scelte compiute dalle Camere, e si è anche sottratto alle indebite sollecitazioni di chi occasionalmente gli ha chiesto di pronunciarsi mentre il dibattito era aperto nella sede parlamentare competente; ma certamente quel suo intervento ha contribuito a richiamare tutti alle proprie responsabilità. Su questo come su altri capitoli aperti della vicenda politica interna, europea e internazionale, Sergio Mattarella ha esercitato una prudente opera di consiglio e di suggerimento, nella veste più di arbitro che di protagonista istituzionale. Del resto è quanto fin dall’inizio aveva detto di voler fare, ritagliando per sé il ruolo di garante imparziale della Costituzione, attento alla “puntuale applicazione delle regole”. Così, pur nella discrezione che circonda e protegge l’attività del Quirinale, si è saputo della efficace “moral suasion” esercitata da Mattarella nei momenti più aspri del confronto-conflitto fra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e la Commissione europea, e, ancor più recentemente, sulla dibattuta questione della legge sulle unioni civili, ancora pendente in Parlamento; mentre a proposito dell’altro tema scottate del momento, quello dei migranti, egli è stato esplicito nel declinare il dovere dell’accoglienza insieme all’obbligo del rigore, alla necessità di pretendere da tutti il rispetto delle leggi e della cultura del nostro paese. Altrettanto farà, se ne può essere certi, quando si tratterà di decidere i termini dell’intervento italiano in Libia (ne parlerà anche con Obama). Se è vero insomma che il presidente della Repubblica italiana è sempre stato visto oltre Atlantico come un riferimento stabile dei rapporti bilaterali in un quadro politico nazionale a volte mutevole, si può ben dire che Sergio Mattarella si appresta a compiere questo viaggio forte di un prestigio ormai consolidato, che si concretizza in un cambio di stile che segna la fine dell’emergenza. Ce n’era bisogno.
edito dal Quotidiano del Sud

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