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FOTO E VIDEO -La fine del gioco, Festa: ripartiamo dal valore del prenderci cura. Racconto il degrado civile e politico della città. Ma quello che fa più paura è l’indifferenza

“Cultura significa prendersi cura degli altri, di una comunità, coltivare relazioni, come faceva Mast’Antonio, a cui è dedicata questa serata. E’ quello che manca, oggi, alla città, attraversata dal degrado, un degrado civile e politico, una violenza di fronte alla quale la comunità continua a restare indifferente, senza alcun moto d’indignazione. Mentre è dalla volontà di costruire insieme, dalla necessità di ristabilire un legame tra governati e governanti che dobbiamo ripartire, altrimenti nulla cambierà mai”. Lo sottolinea Franco Festa nel presentare il suo romanzo “La fine del gioco, nel giardino della chiesa di Valle, in un incontro che si fa spazio di resistenza e insieme appello alla speranza, a costruire un futuro nuovo, che scommetta sulla forza dei giovani. “Troppo spesso dimentichiamo che abbiamo assistito in questa città – spiega Festa – all’assassinio di un padre da parte della figlia, l’orrore ci circonda, lo abbiamo toccato con mano ma accettiamo quest’orrore con rassegnazione, come se non ci riguardasse. I miei romanzi raccontano tutto questo ma sono anche il tentativo di scuotere i lettori, perchè si sveglino dal torpore in cui vivono”.

E’ Maria Grazia Cataldi a soffermarsi sul valore dei luoghi, come Valle, che ritorna con forza nel romanzo, insieme ad altri spazi della città “Tanti i ricordi della mia infanzia legati a questo quartiere. Ho impressa nella mente la campagna attraversata dal torrente San Francesco, che rendeva Valle una piccola oasi. L’area era parte del Comune di Mercogliano, poi furono i cittadini a lanciare, nei primi decenni dell’800, una petizione perchè fosse aggregata ad Avellino. Fino al Regio Decreto che decretava il passaggio definitivo al Comune di Avellino”. Pone l’accento sulla centralità dell’amicizia nel romanzo “Lo dimostra la scelta del nome del commissario che affianca Melillo, Gabriele Matarazzo, che si fa omaggio ad un simbolo della città, ancora oggi indimenticato, amico carissimo di Franco, o ancora il riferimento ad Armando Montefusco, ricordato mentre vaga tra i vicoli del centro storico. Fino ai nomi di Ettore ed Enrica che richiamano quelli di altre due figure centrali nella vita dell’autore, Ettore De Socio ed Enrica Rocco. Ed è ancora nell’amicizia che i giovani confidano per trovare la forza di superare i loro traumi e andare avanti, quell’amicizia che unisce anche Melillo e Matarazzo, i due commissari. E’ Melillo a insegnare a Matarazzo, scontroso, diffidente, ad andare al di là dell’apparenza, aiutandolo ancora una volta a risolvere il caso e a trovare la forza di ricominciare”. Ma è chiaro, ricorda Cataldi, che è Avellino la vera protagonista con le sue contraddizioni. Lo ribadisce Festa “La città fatica a fare i conti con l’orrore e la violenza, con la sofferenza dei nostri giovani, con la crisi profonda della scuola”.

E’ la professoressa Margherita Faia a soffermarsi sulla scuola come specchio del degrado della società ma anche “come forma di resistenza  gentile e tenace in una città che ha smarrito il senso dell’agire collettivo, governata da una borghesia ripiegata su sè stessi. Simbolo di questa resistenza è un professore, Giovanni Parlato, ex compagno di liceo del commissario Matarazzo. Si ritrovano a scuola mentre sono in corso gli esami di maturità, quando Gabriele è chiamato ad indagare sulla morte del direttore amministrativo Lorenzo Maffei. E’ Giovanni a consegnare uno sguardo diverso sui giovani, raccontandosi come un professore per e non contro, un docente che si prende cura dei suoi allievi, che sa parlare loro per aiutarli a costruire sogni, per promuovere in loro una coscienza critica e produrre menti pensanti”. Non ha dubbi Faia “Oggi la scuola è sotto attacco, lo dimostra Franco Festa nel suo ritratto impietoso, lontano da qualsiasi forma di ipocrisia, eppure, malgrado la povertà di idee, lo smarrimento delle coscienze, la mancanza di coraggio di tanti, continua a rappresentare un presidio di libertà. Uno spazio in cui è ancora possibile entrare in relazione con i giovani, come testimonia lo stesso Melillo che ha la capacità di dialogare e stabilire un rapporto di fiducia con loro. Ad emergere con forza il valore delle battaglie civili incarnate da lui come da tanti ex ragazzi anni ’60. Franco ci ricorda come i giovani non debbano essere demonizzati, abbiano i sentimenti e le paure che caratterizzano i giovani di ogni epoca, e come sia opportuno che la scuola sia apra a quanto di bello c’è al di fuori delle aule”. E sottolinea come ancora oggi, sull’esempio di don Milani, l’obbedienza non sia un virtù. Lo ribadisce Franco Festa “Don Milani  è stato un riferimento del mio insegnare, ho sempre coltivato  la disobbedienza a ogni forma di ingiustizia come regola di vita. Bello che il suo nome ritorni anche in questa bella serata”, E spiega come “il giallo è uno strumento di cui mi servo per raccontare la città, l’unico possibile. Difficile dire se questo romanzo segni la fine delle avventure di Melillo e Matarazzo, non lo so neppure io. Certamente si tratta di un’opera che si fa sintesi di tanti temi presenti nei precedenti libri, dalla violenza della città alla crisi che vivono i personaggi. Ho sempre cercato di dare loro la parola, senza imporre il mio punto di vista”

E’ quindi don Marcello Cannavale, parroco di Valle, a porre l’accento sull’attenzione che mostra l’autore nei confronti dell’universo giovanile “Oggi sono ancora più preoccupato per il futuro delle nuove generazioni e per quello dei padri di oggi. Poichè i genitori non hanno un codice adeguato per comprendere il linguaggio dei loro figli. Dovremmo allenarci e usare i loro strumenti per stare al loro passo ma anche aiutarli a rallentare un po’”. Ad accompagnare la serata la voce di Gennaro Saveriano  che riesce far rivivere con intensità preziose pagine del volume. E’, infine, Biancamaria Palladino a soffermarsi sulla struttura narrativa del romanzo “E’ la morte a dare forza alla narrazione, un omicidio da cui scaturiscono tante microstorie. Il romanzo ha il pregio di offrire alla nostra comunità uno sguardo sulla  città che ci aiuta a riflettere, a interrogarci sul capoluogo, fornisce spunti di riflessione che ci aprono gli occhi, smascherando ciò che neppure l’informazione riesce a rivelare”. Ricorda come solo “un giudizio etico rende possibile l’azione. Mentre continuiamo ad osservare popoli morire nel mondo senza intervenire” Per ribadire come la speranza è ancora possibile “una speranza che non può non arrivare dai giovani”.

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Floriana Guerriero

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