di Ranieri Popoli
Se c’è un animale che ha calcato più di tutti gli altri i palcoscenici attraverso la lunga storia del teatro quello è il pidocchio. Un esserino che nell’immaginario collettivo essendo associato al mondo dei parassiti di riflesso nella trasfigurazione artistica è diventato un’icona metaforica indice di avarizia ma anche di ingenerosità e di meschinità morale.
Scorrendo una veloce carrellata si potrebbe iniziare con il teatro classico di Plauto dove la figura del taccagno compare sotto le spoglie di un indomito anziano nell’ “Aulularia”. E non si può non passare per Arpagone, nel capolavoro di Molière “L’avaro” dove si evidenziano l’inaudita voracità dell’arricchimento e le devastanti conseguenze comportamentali che questo vizio provoca. Ma dal grottesco il passo alla tragedia è breve come nel “Cavaliere avaro” di Puskin dove protagonista diventa l’ossessione umana.
Una trama che Franco Tortora, regista e protagonista, nonché apprezzato attore di importanti fiction e film d fama internazionale, ha voluto riproporre nel suo spettacolo intitolato, appunto, “Il Pidocchio” riprendendo un testo dello scrittore e sceneggiatore Ciro Ceruti e facendolo interpretare dalla sua nutrita e apprezzata compagnia “O’ Spassatiempo” .
Già presente nel cartellone dello scorso anno il bravo attore-regista torna al “Sardone” di Altavilla Irpina proporlo nella rassegna, ancora in corso, promossa da “Artesia” con la direzione artistica del Maestro Rino Villani e il patrocinio del Comune di Altavilla Irpina.
Franco Tortora si concede un attimo di pausa dietro le quinte e noi ne approfittiamo per uno scambio di battute, iniziando a chiedere come è nata questa commedia de “Il Pidocchio”.
Il testo è opera del talentuoso scrittore-regista-sceneggiatore, Ciro Ceruti. L’ho vista rappresentata per la prima volta da un gruppo di amici più di quindici anni fa e mi piacque immediatamente. Il tema è noto nella storia del teatro ma ho sempre sostenuto che i vizi e le virtù umane immerse nella cultura civile artistica napoletana hanno una loro originalità assumendo anche un significato più complesso per cui il tema è trattato in modo differente da quello dello stereotipo tradizionale.
Interessante quello che affermi, puoi, pertanto, approfondire ?
Noi napoletani con l’avarizia di solito non intendiamo il fare del male. Ad esempio a un certo punto durante un conciliabolo uno dei familiari dice rivolto agli altri presenti “ Puoi dire quello che vuoi tu su di lui però devo dire la verità: quando si tratta di malattia sua o di altri della famiglia lui ai soldi non ci pensa…a “perucchiame” in questo caso non esiste”.
Oltre che nelle rassegne o negli eventi teatrali in quali occasioni l’avete rappresentata?
In diverse, ma penso che tra queste sia doveroso ricordare quella recente tenutasi a Saviano, in provincia di Napoli, in occasione di una serata evento a favore dell’associazione dei “Ragazzi della sindrome del cromosoma X” e di altre, sempre del settore del volontariato, e sono orgoglioso che la nostra esibizione abbia in qualche modo contribuito a sostenere questa meritoria causa considerato che in platea erano presenti circa 400 spettatori.
In una battuta: come nasce Franco Tortora attore e regista.
E’ nato tutto per caso nel 1987 quando mi occupavo ancora di organizzare e promuovere eventi sportivi per conto dell’ “Associazione Nazionale Cultura Sport-AICS” . di Napoli e mi capitò di essere precettato da un gruppo di amici che faceva teatro che stava per mettere in scena “Non ti pago” del grande Edoardo, per sostituire un attore non disponibile al momento, per interpretare il ruolo dell’iconico “Aglitiello”.
E quello per te fu l’attimo fuggente, immagino…
Eh si, perché notavo che il pubblico alle mie performance rispondeva con delle risate compiaciute, compreso il gruppo di amici che mi ero portato dietro per supportarmi nel mio debutto. Questi a fine spettacolo mi confidarono che quella loro esilarante reazione era dovuta nel sentire gli spettatori dire che io la parte dello scemo la facevo proprio bene, anzi in modo naturale.
Un sorriso serpeggia anche sul suo volto nel ricordare l’episodio che ha segnato l’inizio della sua imprevista carriera di uomo di spettacolo che in questi trent’anni l’ha visto protagonista di tante belle e interessanti rappresentazioni tra le quali chiediamo quale ricorda con un particolare piacere.
E’ vero è stata una produzione copiosa e diversificata e quella che probabilmente porto di più nel cuore è “Nu prevete pe’ figlio” scritta da Pietro Coppola, di cui ho portato in scena anche un’altra opera, rappresentata lo scorso anno anche qui ad Altavilla Irpina, “E che culore tieni o’ core” .
Nel tuo apprezzato curriculum artistico comunque non c’è solo il teatro ma anche la televisione e il cinema. Riesci a conciliare questa riconosciuta poliedricità?
Si, in effetti diversi sono stati i miei impegni nel mondo della fiction e della celluloide con apparizioni ne “I bastardi di Pizzofalcone”, la terza serie di “Gomorra”, “Pericle il nero” con il bravo Scamarcio, fino al recente lavoro del regista Sorrentino “ Parthenope”, interpretando il ruolo del prete in una delle scene più delicate del film. Detto questo non rinnego certo piacere e interesse per la settima arte ma il teatro, con la sua umanità, il suo realismo, il farti esibire davanti a un pubblico vero che ti trasmette ciò che sta provando in quel preciso momento , è certamente altra cosa. Nel cinema una scena la riprovi fino all’esasperante perfezione per un pubblico che non sai dove sia. Nel teatro si recita in diretta senza diritto di replica e la reazione della gente è vera, nel bene e anche quando avverti che qualcosa non è andata nel verso giusto.
Il tuo ritorno ad Altavilla Irpina conferma che il teatro in provincia è un’esperienza che può diventare realtà soprattutto se ci sono enti come il Comune e associazioni come “Artesia” che credono fermamente in questa sfida.
Fin da quando ho iniziato questa esperienza ho sempre creduto nel teatro in provincia. Io vengo da Tufino, un piccolo comune del napoletano ai confini con l’Irpinia, e come territorio di riferimento abbiamo l’area di propaggine partenopea e quella del baianese il che conferma come per noi le aree interne dei tanti piccoli e medi comuni siano lo spazio naturale con cui relazionarci. A Napoli ci sono tante persone che fanno e vivono di teatro e per ovvie ragioni storiche, culturali e demografiche si è naturalmente avvantaggiati. Nei piccoli comuni, sempre più attanagliati dallo spopolamento non si hanno queste condizioni ma la gente che lo ama e ci prova ci sono e questo lo rende più sano, più sentito, e probabilmente anche per questi motivi origina una spinta di volontà diversa, direi più forte.
Franco Tortora ovvero teatro comico. Un binomio che, al di là della vulgata, nobilita e rende merito a quest’arte perché quella brillante non è solo sinonimo di disincantata evasione.
Il teatro comico ha una sua grande storia, oserei dire universale. Attraverso di esso non si ride soltanto ma si ascolta la durezza della vita in modo leggero, sostenibile, anche mettendo per un attimo da parte le tristi abitudini della nostra quotidianità. Tanto il brutto lo ritrovi un po’ dovunque appena finisci di recitare o di assistere a una commedia.
La domanda del congedo è doverosa anche se un po’ rituale: i programmi futuri.
Prima nel mentre ringraziavamo il meraviglioso e partecipe pubblico presente in questo accogliente teatro scherzavo circa l’eta’ adulta di diversi componenti della nostra brava compagnia che mi avrebbe suggerito di rappresentare una storia ambientata in una casa di riposo per anziani. Scherzi a parte per fortuna che ci sono anche molti giovani in questa compagine perché io credo molto in essi. Mio figlio Alberto è componente di una cooperativa di Baiano che gestisce una scuola di formazione teatrale dove vi sono oltre cento partecipanti di tutte le età, dai bambini agli adulti e questo aiuta molto i ragazzi a socializzare, a relazionarsi, a vedere in un altro modo il mondo, andando oltre lo schermo di un cellulare. Il teatro è un dono che ci può portare oltre” .
Ringrazio e saluto calorosamente Franco Tortora e nel mentre si stano smontando ancora le scene con il cartellone de “Il Pidocchio” , penso all’unisono a questa ultima importante frase di Franco Tortora e mi sovviene una citazione di San Francesco letta diversi anni or sono “Limitare il dono in anticipo dicendo: arriverò fin lì, ma non oltre, significa non dare assolutamente nulla” .



