di Ranieri Popoli
La ricca stagione del Teatro “Sardone” di Altavilla Irpina in questo week end pre pasquale ha ospitato, fuori cartellone, la commedia “Filumena Marturano”, presentata dalla Compagnia “Achille Fardini” , con il patrocinio del Comune altacaudo, sotto la direzione artistica dello storico interprete e regista eduardiano, Nino Di Troia,
Come è noto il Maestro la compose in sole due settimane nell’autunno del 1946, appositamente per la sorella Titina traendo spunto da un reale fatto di cronoca del tempo dove una donna aveva estorto il matrimonio a un facoltoso convivente fingendosi in fin di vita.
Restano memorabili le interpretazioni della protagonista di Titina e quella successiva di Regina Bianchi nonché quella di Sophia Lorena nell’iconica versione cinematografica ma anche le migliaia di riproposizioni che sono state realizzate in tutto il mondo fino ad approdare sui palconesci di Londra e Broadway con le rispettive regie di Franco Zeffirelli e Laurenxe Olivier.
Un mito del teatro che è stato rappresentato nel tempo dal vasto e prezioso mondo delle compagnie amatoriali, in particolare della nostra regione, che ha storicamente trovato un terreno fertile ad Altavilla Irpina dove il teatro eduardiano è ciclicamente riproposto da oltre cinquant’anni trasferendo di generazione in generazione questo vero sentimento di identificazione artistico esentimentale.
Filumena Marturano non è un personaggio semplice, in particolare per quell’Italia del Mezzogiorno che era da poco uscita dalle rovine materiali e morali della scriteriata guerra sabaudo-fascista, E’ un’ex prostituta, una convivente e madre di tre figli ignoti, quanto di più “anomalo” vi fosse in una società non solo ancora fortemente ancorata ai canoni del bicottismo ma ancora profondamente maschilista che solo in quell’anno aveva concesso il diritto al voto alle donne lasciando ancora aperte questioni importanti per quanto riguardava i diritti civili e sociali delle donne.
Eduardo, al di là dello spunto creativo della trama, mette in scena questa cruda realtà, che non è solo argomento di riscatto ma anche di affermazione della dignità della donna e del suo legittimo diritto a essere riconosciuta dal mondo delle leggi e della società facendone acquisire un significato universale.
Abbiamo ancora un po’ di tempo a disposizione prima che inizi lo spettacolo per cui ne approfittiamo per realizzare qualche scambio di batture con il regista e primo attore Nino Di Troia che avvio con la tradizionale domanda di presentazione.
Ho iniziato ad amare il teatro fin da ragazzo, accostandomi attraverso la lettura dei classici della letteratura italiana e internazionale, perché era tutta la mia generazione che agli inizi degli anni Settanta amava perdersi soprattutto nella narrativa. Il romanzo che mi colpì particolarmente fu “La ragazza di Bube” , il capolavoro di Carlo Cassola, tanto che la tradussi in una sceneggiatura cinematografica e così, insieme a un mio caro amico cine amatore, con un rudimentale “Super 8” iniziammo a girare delle sequenze, realizzando anche dei piccoli set.
Un’attrazione fatale che negli anni poi come si è sostanziata?
Dopo la scuola dell’obbligo ho frequentato il Liceo Artistico di Benevento e poi il corso di Scenografia dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli avendo come docente l’apprezzato professor Stefanucci. Successivamente ho frequentato l’Università popolare dello Spettacolo al quartiere “Materdei” , sempre nel capoluogo partenopeo. Verso la fine di questo percorso formativo diedi vita a una cooperativa di spettacolo in quanto non amavo particolarmente il dovere sostenere provini a tutti i costi per ottenere qualche semplice “comparsata”, in quanto lo slancio giovanile mi invogliava a svolgere ruoli di maggiore impegno, come quello del capocomico. Così organizzai la cooperativa di spettacolo” Treco colli”.
Siamo a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, un periodo particolare per le nuove generazioni di questa provincia, e non solo, che vedono passarsi addosso quella che sarà l’onda lunga del cosiddetto “riflusso” e poi quella più impetuosa del terremoto. L’impegno teatrale, come quello culturale più in generale, probabilmente tiene insieme, per una generazione che ha incrociato il vento della contestazione e del cambiamento, la passione artistica e il bisogno di non mollare la socializzazione collettiva, prezioso patrimonio “politico” di quegli anni.
Le cooperative artistiche e culturali di quel tempo venivano costituite per dare una sorta di struttura , di riferimento al nostro impegno artistico perché la finalità non era la commercializzazione ma la passione dell’impegno per ciò che si amava. I nostri orizzonti artistici non soffrivano di municipalismo ma cercavano di incrociare nuovi orizzonti tanto che uno dei primi spettacoli fu tenuto presso lo storico cine teatro “Ideal” di Atripalda nell’ambito della Rassegna che il compianto Camillo Marino organizzava nel contesto del prestigioso evento cinematografico del “Laceno d’Oro” .
Come sei approdato al teatro eduardiano
Le mie prime rappresentazioni teatrali furono quelle di Scarpetta “Nu turco napoletano” e “Lu nipute de lu Sinnico” per poi cimentarci nelle commedie di Eduardo, rappresentandole nel tempo quasi tutte. Un percorso di straordinario coinvolgimento umano e artistico dove tutti i diversi interpreti, per quanto amatori, hanno lavorato con ammirevole spirito professionale. Questo ci ha consentito di cimentarci anche nelle commedie più complesse dal punto di vista rappresentativo come l’ultima, prima della lunga pausa forzata della pandemia, “Le voci di dentro”. E il compimento di tale soddisfazione era nel vedere come diversi di questi attori nel tempo, maturando la dovuta esperienza, diventavano a loro volta promotori di altre compagnie teatrali per cui la “Tre colli” fungeva anche da fucina per le nuove generazioni e da ispirazione per chi assisteva, penso alle scuole, ai nostri spettacoli. .
Eduardo lo stai interpretando più o meno da mezzo secolo. In questo lungo lasso di tempo si è registrata una tua parabola formativa e conoscitiva del suo straordinario universo per cui sarebbe interessante capire come si è evoluto il tuo rapporto culturale e umano rispetto a questa dimensione?
Il mio essere artista di teatro è originato da un’emozione che si avverte nel leggere un testo di letteratura o di narrativa per cui di riflesso senti il bisogno di trasmetterla, di liberarla dal tuo di dentro attraverso una rappresentazione che può essere una performance da palcoscenico, un’interpretazione cinematografica o, come capita a me, anche attraverso l’oratoria o la pittura. In “Filumena Marturano” i momenti più intensi dal punto di vista emotivo sono proprio i monologhi perché è lì che la protagonista esprime il sentimento più profondo che alberga, insieme alle sue amarezze, nel suo animo.
Il tuo campo di azione teatrale è andato oltre Altavilla Irpina, immagino .
La provincia irpina con la nostra compagnia l’abbiamo percorsa in lungo e in largo, come il resto della regione. Un’esperienza particolare è stata quella della Calabria in quanto in quel periodo le Università del Mezzogiorno maggiormente frequentate erano quelle di Napoli per cui dalle diverse regioni meridionali provenivano molti studenti con cui si stringeva inevitabilmente amicizia facendo maturare scambi culturali tra i quali uno dei privilegiati era proprio il teatro.
La compagnia era tendenzialmente stabile o c’era un avvicendamento degli attori?
La nostra era una compagnia sostanzialmente stabile perché diverse opere di Eduardo presentano figure simili, interscambiabili, per cui non c’era l’impellente necessità di rinnovare continuamente gli attori e questo consentiva un maggiore afflato e una più forte intesa tra gli interpreti.
Potrebbe sembrare una domanda scontata ma credo che sia giusto chiederti dove, secondo te, si celi la ragione della grandezza di Eduardo?
Al di là della grandezza delle sue opere Eduardo è universalmente riconosciuto come uno dei più profondi innovatori del teatro, non solo italiano, in quanto ha realizzato una straordinaria evoluzione di quello comico tradizionale, a partire da quello scarpettiano, di cui era erede insieme agli altri due fratelli. Nasce così un nuovo tipo di teatro che pur mantenendo aspetti di intelligente e grottesca ilarità mette al centro la condizione umana nei suoi aspetti materiali e morali interpretando un contesto sociale complesso, come quello napoletano, stereotipo e riflesso del Paese più in generale. L’altro motivo a mio avviso è il messaggio universale di cui si è fatto interprete per cui in ciò che accadeva nelle sue opere ci si riconosceva a ogni latitudine.
In un certo senso si può affermare che Eduardo ha realizzato una sfida dagli esiti non scontati considerato che la sua opera intellettuale è stata comunque caratterizzata da un’importante discontinuità rispetto alla tradizione.
Certamente. Allora, come oggi, il pubblico, non solo teatrale ma anche televisivo e cinematografico, è molto più attratto dallo spettacolo di evasione che da quello a sfondo drammatico o impegnato. Questo avviene soprattutto per abitudini ed educazioni culturali da parte del pubblico perché un’opera impegnata se realizzata con certi canoni non è vero che non possa produrre interesse per un pubblico più vasto e popolare. Non a caso tra i miei futuri lavori c’è in previsione la rappresentazione del famoso “Il berretto a sonagli” di Pirandello, sempre nella versione realizzata da Eduardo, ambientata nel casertano.
Eduardo e le sue ambientazioni: Napoli, la sua provincia. Secondo te come sono cambiati questi luoghi da un punto di vista non solo urbano ma, come dire, spirituale?
La Napoli di una volta, sempre restando tra le categorie dello spirito, non c’è più e a me questa di oggi rispetto a quella che ho conosciuto e frequentato circa mezzo secolo fa da studente proprio non piace. Allora i turisti c’erano ma erano controllati non come le orde odierne, Era una città più sua che rappresentava in ogni angolo la propria napoletanità unica e originale. I vicoli dei negozi a tema, il reticolo delle piccole officine artistiche e artigianali, i tanti profumi che si percepivano nei vari ritrovi della ristorazione popolare. Ora è tutta una grande friggitoria a cielo aperto con un unico olezzo che inebria l’interminabile scia di visitatori acquirenti e consumatori. A Spaccanapoli e nel ventre antico della città si mangia dappertutto e si dorme dappertutto essendo i B&B spuntati come i funghi.
Ma nella dura drammaturgia eduardiana secondo te la speranza, quella della città e quella del singolo individuo, si annidava ancora tra le pieghe delle trame dei suoi componimenti?
La dimensione sociale nell’opera eduardiana acquista sempre più spazi significativi verso la fine del regime fascista e nel difficile interregno di passaggio della fine del secondo conflitto mondiale. Si pensi, oltre a “Filumena Marturano” ma anche a “Napoli milionaria” composta con il conflitto ancora in corso. E’ nota la frase iconica conclusiva con la quale si chiude questo dramma, che pur nella sua drammaticità getta una flebile luce di speranza : “Adda’ passa’ a nuttata” . Negli anni Ottanta, però, quella fiduciosa attesa si trasforma in una sofferta disillusione tanto che la modifica, suscitando non pochi disappunti tra i politici presenti alla rappresentazione al “Festival dei due mondi di Spoleto” quando profeticamente, diventa “ A nuttata non fernisce mai” .
Come per gli altri registi intervistati anche a te è d’obbligo chiedere se il teatro in questo mondo sempre più in continua e indeterminata evoluzione può avere un ruolo, un senso rispetto alla valorizzazione umana .
Penso proprio di si. Iniziando dalle scuole perché il teatro , tra le altre cose, insegna a mettersi “nei panni degli altri”, favorendo, in tal modo, una conoscenza più profonda delle diverse personalità umane. Anzi oserei aggiungere che spesso è terapeutico soprattutto rispetto ai più giovani in quanto offre delle opportunità di comparazione, di comprensione che la vita moderna non sempre garantisce con i suoi ritmi frenetici e le sue dinamiche spesso assurde.
Quindi una potenzialità insita anche nel “Sardone” di Altavilla Irpina?
Di sicuro. Pensa che questo teatro prima era un semplice spazio semi coperto adibito alle più diverse funzioni sociali e che ha conosciuto le prime esperienze in ambienti ancora precari e improvvisati, che solo la passione e la sensibilità di noi operatori, dei cittadini e del Comune hanno nel tempo trasformato in una sede appropriata e apprezzata. Ora questa struttura ha bisogno di funzionare e di essere luogo di attrazione e quella promossa da “Artesia” e dal Maestro Rino Villani si è rivelata un’esperienza meritoria che và incoraggiata e sostenuta. Il pubblico all’inizio era caratterizzato prevalentemente da presenze familistiche e amicali, come accade in ogni realtà, mentre ad oggi si registrano presenza di spettatori fidelizzati, provenienti anche da altri comuni, con un buon tasso di interesse amatoriale.
La domanda di congedo è d’obbligo rivolgerla al futuro.
Stiamo preparando un altro classico eduardiano “Non ti pago” che ci vedrà impegnati come sempre nei diversi teatri della provincia e della regione con la stessa compagnia composta da interpreti che si impegnano con serietà e dedizione riscontrando una passione e un amore per l’arte teatrale che depone bene per il loro futuro, considerato che diversi sono giovani e per fortuna pieni di speranza.
Una chiacchierata più lunga del solito ma altrettanto interessante per cui ringrazio e saluto Nino Di Troia per il tempo concessoci, nel mentre si avvia nei camerini in quanto è ora di andare in scena. Si apre il sipario e compare, come se fosse uscita dalle pagine del testo, Filumena Marturano: silenziosa, imperturbabile, fiera del suo essere donna che non si piega, come da copione, giusto di ottanta anni fa.




