di Virgilio Iandiorio
La giornata non era delle più belle, una domenica d’estate di una quindicina di anni fa. Il cielo nuvoloso, pur essendo in estate, non invitava ad andare in giro, meno che mai in montagna, con quell’ombrello di nuvole sul capo che minacciava pioggia improvvisa. Ma bisognava andare a Trevico; perché Don Michele Cogliani, il parroco del paese, che un tempo fu sede vescovile, mi aspettava. A Don Michele non si poteva dire mai di no! Poi il 7 agosto 2021 è stato chiamato in cielo.
Quella volta, non conoscevo bene il motivo dell’invito; non sapevo cosa stesse progettando Don Michele. Lui per la festa di S. Euplio, il patrono di Trevico, il 12 agosto, voleva fare sempre le cose in grande: onorare il santo e far conoscere il paese. E così sono ritornato indietro nel tempo, mi sono ritrovato a Trevico.
Per le stradine dell’antico castrum ci sono dei forestieri, che guardano da turisti un poco svagati gli angoli più caratteristici. Delle signore anziane stanno sedute davanti all’uscio delle case e parlottano tra di loro, aspettando che si faccia sera.
Il Centro Studi Eupliani è accanto alla chiesa cattedrale; qui Don Michele fa accomodare gli amici ospiti.
Per la festa di S. Euplio, il 12 agosto, Don Michele ha pensato di unire il sacro al culturale, come fa di solito: una riflessione in pubblico, una discussione tra amici, un convegno su Pietro Paolo Parzanese, poeta e sacerdote di Ariano Irpino, di cui ricorre proprio quest’anno (siamo nel 2009) il bicentenario della nascita.
Prevedendo proposte culturali interessanti da parte di Don Michele, ho portato con me nel paese della provincia di Avellino situato più in alto, l’amico Fausto Baldassarre, che ha notevole capacità di proiettarsi negli eventi culturali. L’idea di Don Michele ci piace, solamente suggeriamo di dare un respiro più ampio all’iniziativa, considerato che siamo tanto in alto da poter valicare con lo sguardo i confini segnati dalle montagne in lontananza. L’amico parroco è contento che la sua proposta abbia fatto, almeno per quella sera, due proseliti.
Non si può dire che dai monti scendano le ombre della sera, perché a Trevico la sera arriva direttamente dal cielo. E’ l’ora di cena e bisogna accettare l’invito del parroco a rimanere ancora. La trattoria è a due passi dal centro. Un localino come quelli di un tempo, dove il proprietario è il gestore, il cuoco e il cameriere.
“Che vi porto!”, ci chiede senza imbarazzo Giuseppe, questo il nome del nostro oste. “Che avete?”, la nostra risposta, quasi in coro. E Giuseppe: “Trilli”. Egli legge sui nostri volti di cittadini non trevicani lo stupore a sentire quella strana parola. Subito prevenendo la nostra curiosità: “I trilli, i cavatielli o cecatielli, come li chiamate!”. Così diventa tutto più chiaro.
I “trilli” a Trevico sono altra cosa, forse perché fanno rima con grilli! Non è una questione di diversità di nomi, che pur indicano lo stesso tipo di pasta fatta in casa alle diverse latitudini provinciali. Perché i trilli sono i trilli, non possono mai essere cavatielli o cecatielli. Così ho ripensato a tutta quella retorica sullo sviluppo delle nostre zone interne, sull’emigrazione con conseguente drastica riduzione della popolazione di tanti piccoli paesi, sulle risorse che come il pozzo di S. Patrizio non hanno fondo. Forse bisognerebbe, senza retorica, partire dalla semplice costatazione che a Trevico i “trilli” possono fare rima anche con grilli, ma se non si conoscono non si possono nemmeno fare progetti su di essi.


