Politica e magistratura, poteri sempre in conflitto e mai veramente separati. Con buona pace di Montesquieu. A volte è la politica a finire sotto processo, altre sono la politica o altri poteri forti a condizionare in una certa direzione l’azione dei giudici. Da Alcide De Gasperi, padre costituente, a Pierpaolo Pasolini, fino a Tangentopoli, è un minimo comune denominatore imprescindibile e determinante della Prima Repubblica.
Una questione che Carmelo Conte, giurista, socialista di razza, ex ministro, nel suo ultimo libro “Processi e politica” affronta in modo pragmatico, analizzando otto casi giudiziari esemplari.
Partiamo dalla fine: al referendum sulla giustizia ha vinto il no alla riforma: oggi la magistratura è più forte della politica?
“Certo, oggi la magistratura è il potere più forte: ha subito un’evoluzione in questi anni, da Mani Pulite in poi. Fino agli anni Novanta era invece prevalente la politica. Non è casuale che l’ultimo referendum sulla giustizia abbia visto 3.500 iniziative pubbliche dei magistrati. A mettere in crisi la politica è stata la cattiva politica, un lungo processo di delegittimazione dei partiti a cui ha contribuito infine Mani Pulite. Perché Tangetopoli è stata una vicenda giuridico-politica. Infatti, nel 2000, dieci anni dopo, si contavano in carcere solo quattro persone, e la condanna più consistente è stata di sei anni e mezzo, ad un funzionario. La fine della politica però era cominciata da tempo: il Pci aveva cambiato nome e la Dc era sul viale del tramonto. Vero è che durante Mani Pulite il Pci ha tentato di utilizzare la magistratura come strumento per conquistare il potere. Non ci è riuscito del tutto. E la Dc che ha provato di riproporsi e in parte c’è riuscita. A vincere insomma è stata la politica di conquista dei grandi gruppi di interesse, il potere che non si vede e che utilizza spesso la magistratura”.
Il processo più più eclatante di cui si occupa nel libro?
“È il processo al giornalista Giovannino Guareschi. Fu condannato per aver pubblicato sul “Candido” due lettere nelle quali Alcide De Gasperi, che allora era il delegato degli Stati Uniti al governo di Salerno, chiedeva agli Alleati di bombardare alcune parti d’Italia per contrastare il fascismo.
Guareschi al processo portò prove tecniche molto approfondite che dimostravano l’autenticità delle firme di quei due articoli, ma il tribunale non ascoltò la difesa, non ammise neanche la perizia e diede ragione a De Gasperi perché fondamentalmente era repubblicano mentre Guareschi era monarchico”.
Lei tratta anche il caso Pasolini.
“Tutta la vita di Pasolini è un processo. È stato sottoposto a 33 processi per difendersi dall’attacco di chi voleva fermare il suo pensiero e la sua azione culturale e politica. E non era la Destra, ma il Partito Comunista: Pasolini era un intellettuale scomodo perché anticipava i tempi”.
Berlusconi, un’altra vicenda giudiziaria eclatante.
“Contro Berlusconi si è schierato un potere finanziario che voleva affermare una propria idea di politica e di società. Berlusconi ha commesso un errore a prendere di mira la magistratura e così ha finito col valorizzarne il ruolo. Invece c’erano ragioni politiche dietro quella vicenda giudiziaria”.
Veniamo ai processi di mafia.
“È stato spesso un potere occulto a condizionarli. Racconto nel libro di Cutolo di quando, rispondendo ad un magistrato che gli chiese dei rapporti della camorra con la politica, rispose: ‘Mi rifiuto di dire se ho incontrato Gava, mi rifiuto di dire se ho incontrato Piccoli, mi rifiuto di dire se ho incontrato Scotti, mi rifiuto di dire se ho incontrato Patriarca…mi rifiuto di dire se ho incontrato Quaranta”. Poi aggiunse: ‘Non so dire niente di Costa perché non l’ho mai sentito nominare’. Questa dichiarazione di Cutolo fotografa i rapporti tra politica e magistratura in quel periodo: implicitamente accusa tutti, tranne Costa”.



