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Premio De Socio, così il viaggio svela i margini, dal Sud Africa alla via Salaria. Il figlio Fulvio: e ora pronti per un festival

Ieri l’inaugurazione al Carcere Borbonico della mostra delle opere vincitrici del concorso intitolato al giornalista e politico avellinese. A vincere Amos Ferro con “Lavender”

“Lo scorso anno ho ritrovato lo sguardo di mio padre nei giovani costretti a fare i conti con la possibilità o meno di scegliere, quest’anno la sua lezione rivive nei racconti legati alla dimensione del viaggio. Dal Sud Africa di Amos Ferro dove la violenza non si vede ma è pronta ad esplodere da un momento all’altro alla Spagna di Gianluca Morini che racconta le aree semivuote che collegano i capoluoghi iberici. Dalla natura che si riappropria dei suoi spazi lungo la Salaria attraverso il racconto di Matteo De Petris alle Borgate di Daniele Criscenzo invase da edifici senza identità”. Spiega così Fulvio De Socio l’itinerario che accompagna la mostra delle opere vincitrici del Concorso Fotografico Premio Ettore de Socio, inaugurata ieri al Carcere Borbonico, all’interno della rassegna “Portfolio. Fotografia d’autore”.  Un percorso, intitolato “Periferie. Sguardo ai margini”, a cura di Augusto Pieroni,  fortemente voluto dalla famiglia de Socio in collaborazione con l’Associazione Controvento e con il patrocinio e il sostegno dell’Amministrazione Provinciale di Avellino, che conferma la capacità delle immagini di esplorare il nostro tempo, di portare in superficie significati nascosti, rendendo omaggio allo spirito di De Socio, amministratore e giornalista che credeva nella possibilità di trasformare le comunità.

Lo sottolinea il giornalista Generoso Picone, tra le anime di Controvento, progetto che Ettore aveva sposato con convinzione “Possiamo affermare con orgoglio di aver raggiunto il nostro obiettivo, provare a guardare le periferie come spazio che restituisce la profondità dell’animo umano, andando al di là dei paesaggi esteriori, attraverso uno sguardo europeo e internazionale. Un percorso che rivive in un archivio prezioso dedicato alle periferie. L’idea da cui siamo partiti era quella di raccontare i margini, decentrando lo sguardo, nella convinzione che la fotografia consenta di afferrare l’invisibile, di mettere in moto la macchina cognitiva, generando nuovi spunti di riflessione o sollevando interrogativi”. Sottolinea la scelta di ampliare il progetto, attraverso la nuova sfida dei laboratori dedicati alle scuole ma nono solo “Sarebbe bello farne l’appuntamento centrale di un calendario di eventi dedicato al paesaggio, nell’ambito di un vero festival con la speranza di coinvolgere, insieme alla Provincia che sostiene con forza il progetto anche il Comune di Avellino e altre amministrazioni”.

Franco Di Cecilia, delegato alla cultura della Provincia di Avellino ricorda come Palazzo Caracciolo rappresenti un polmone culturale per tutta la provincia. Annuncia la volontà di istituzionalizzare il concorso e lancia l’idea di renderlo itinerante, portandolo nei luoghi di forte suggestione del territorio, come il castello di Gesualdo. Pone l’accento sulla militanza politica di De Socio “un amministratore attento agli ultimi, ai più fragili che credeva in una città in cui non ci fosse distinzione tra centro e periferie, era convinto, invece, della possibilità di riammagliare col centro tutti i quartieri”. Fulvio De Socio rilancia l’idea di un festival a cui lavorare per gli anni futuri e sottolinea la forte volontà di dialogare con il territorio, coinvolgendo associazioni come Officine del Fotogramma perchè questo concorso possa avere una ricaduta sulle comunità locali.

E’ quindi Antonio Bergamino di Photo Diego a ribadire come Avellino sia pronta ad accogliere l’idea di uno spazio per la fotografia che possa essere volano del territorio. Mentre Gaia Troisi delle Officine del Fotogramma, hub culturale con sede a Rione Mazzini, si sofferma sulla scelta di offrire alle scuole, nell’ambito del concorso, una proposta formativa di sei laboratori, dedicati al linguaggio audiovisivo, fotografico e della grafica, insegnando ai ragazzi a impaginare, a decodificare una fotografia o un video.

E’ quindi Augusto Pieroni, presidente della giuria, a ricordare il valore della fotografia autoriale: “E’ l’artista che fa le scelte senza sapere se saranno giuste, attraverso un linguaggio che diventa riconoscibile, anche con i suoi difetti. Nella selezione delle foto vincitrici abbiamo valutato non solo la bellezza della fotografia da un punto di vista tecnico ma l’articolazione del racconto, il rapporto tra immagine e testo e l’originalità”. E’ quindi Daniele Criscenzo, vincitore della menzione d’onore con “Borgata” a sottolineare la volontà di raccontare quegli spazi che non sono nè città, nè campagna, che cercano la forma senza trovarla “Ho scelto di andare al di là dei luoghi comuni, cercando la memoria a partire da oggetti abbandonati e da immagini legate all’archivio familiare che potessero raccontare i luoghi e le loro trasformazioni. quello che resta non è un racconto ma stratificazione, ciò che il margine ha depositato negli anni e mai rimosso”.

Terzo posto per Matteo De Petris e “La strada è un giardino” “La Salaria, antica via consolare che collega Roma all’Adriatico è sempre stata la strada del commercio – spiega Matteo . di qui l’idea di guardare a quei tratti di strada dove nessuno guarda mai, qui bordi dove la natura riprende possesso senza chiedere permesso. Dalla periferia romana con i capannoni e le piazzole abbandonate, attraverso le campagne dell’Appennino fino alla flora dell’Adriatico. Le piante, organismi intelligenti, dimostrano ancora una volta la loro capacità di rispondere all’ambiente”.

A conquistare il secondo premio  “Transmission from the Thelos” di Gianluca Morini, “in cui si percepisce quasi a livello fisico, – si legge nella motivazione del premio – l’atmosfera torrida e immobile delle vaste aree semivuote che collegano i capoluoghi iberici”. E’ Morini a sottolineare, nel video proiettato durante l’incontro, come questo territorio misterioso diventa spazio di una ricerca interiore, di un’esplorazione di sè e del senso dell’esistenza. “Ho vissuto a lungo in questa Spagna, nella Regione Autonoma di Murcia ed è stata un’esperienza fondamentale. L’area che si estende dal capoluogo fino al mare, incastonata fra i Monti Subbaetici e Cartagena, si è svelata a me come un’arida arena del tempo. Attraversare queste terre durante i miei vagabondaggi è stato al contempo un processo formativo e un contrappunto della mia crescita personale, della profonda solitudine che provavo in quel periodo. E’ stata una fase di vita ricca di terremoti interiori e in quel paesaggio ho trovato uno spazio in cui poter dialogare”.

A vincere il primo premio Amos Ferro con Lavender in cui l’artista esplora i margini di una città come Capetown, nelle Cape Flats, la periferia creata dalle politiche di segregazione “Sono arrivato qui per una ricerca tesi, sono spazi che nascono da quella che era la segregazione geografica e sociale imposta dall’apartheid con la marginalizzazione della comunità nera in alcune aree della città. Spazi che anche, all’indomani della fine dell’apartheid, restano luoghi dominati da violenza e gangsterismo. Il territorio è frammentato di gang e i confini non sono mai stabili. Il fuoco incrociato è una possibilità costante che può coinvolkgere chiunque, rendendo Lavender Hill uno dei quartieri più colpiti dalla violenza delle Flats, Essere not gang involved non è una condizione stabile ma una pratica quotidiana, una tensione continua tra appartenenza e rifiuto. Le persone che vivono qui cercano una forma di normalità in un contesto che la rende difficile da sostenere. Gran parte della vita si svolge nelle case e nelle yard, mentre le strade si attraversano il meno possibile. Di qui la scelta di rivolgere il mio sguardo alla vita quotidiana, non mostrando la violenza ma quella tensione, quella sensazione di essere sempre in pericolo che caratterizza anche gli spazi chiusi. Anche le abitazioni sono spazi in cui non esiste privacy, in cui ciascuno sa che il pericolo può essere ovunque. Una quotidianità fatta anche di amicizia e abbracci, molto spesso fondamentali per salvare la vita del migliore amico o del fratello, dissuadendolo dalla scelta sbagliata. Accade così che la vita continua a esprimersi dentro gli spazi che ne definiscono i limiti ma anche chi va via continua ad essere condizionato da quei luoghi”. Ad impreziosire la mostra un filmato, curato dal videomaker Luigi Borriello, che ripropone, accompagnati dalla voce di Adriana Bruno, alcuni dei reportage di De Socio attraverso i quali aveva raccontato le periferie della città. Uno sguardo che conserva tutta la sua forza.

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