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A Wide Gaze, il fotoreporter Francesco Cito: la foto è ancora strumento di verità. Mi piacerebbe raccontare Gaza oggi

Il fotografo protagonista del documentario di Guido Pappadà si racconta al Museo Irpino. Dall’Afghanistan a Bosnia e Iraq: oggi tutto è cambiato, c’è meno attenzione al racconto ma la professione del fotografo continua ad essere preziosa. Ho sempre scelto cosa e come fotografare, non mano il sensazionalismo, ho sempre avuto rispetto della morte.

“Ho sempre cercato la verità attraverso il mio obiettivo, la fotografia è sempre stato strumento per comprendere la realtà e capire ciò che succedeva in luoghi lontani, per andare al di là della superficie delle cose, per colmare i vuoti di un racconto troppo spesso parziale”. Spiega così Francesco Cito, una vita da fotoreporter, la sua fede nella fotografia, raccontata magistralmente nel documentario “A Wide Gaze”, diretto da Guido Pappadà, presentato ieri al Museo Irpino, nella cornice del Carcere Borbonico, nel corso di Sabato Contemporaneo, in occasione del finissage della mostra “Terra dell’Osso. Indagine sull’Irpinia” a cura di Giovanni Menna. Introdotto dal fotografo Luigi Cipriano, confessa di non amare l’etichetta di fotografo di guerra “ho fotografato gli scenari di guerra ma anche tanto altro, dai matrimoni alla camorra fino alla trasmissione Drive in. Non è mi mai interessato il sensazionalismo, mi sono sempre chiesto fin dove potessi spingermi con il mio obiettivo, ho sempre avuto rispetto per la morte ma non ho mai scelto di non fotografare, piuttosto ho scelto come e cosa fotografare. Anche in tempi come quelli attuali, in cui il fotogiornalismo si è trasformato e lo scatto e la fotografia hanno perso il valore di un tempo, continuo a pensare che l’immagine fotografica continui ad essere importantissima, sempre e nonostante tutto, continui a rappresentare un documento fondamentale per comprendere il nostro tempo, capace di restituire l’essenza di un luogo, senza nascondimenti”. Racconta di essersi formato al Sunday Times, “quella che è stata la mia scuola. Son partito dalle foto dei grandi concerti, dai Rolling Stones a Santana, della trasformazione della società inglese per giungere a raccontare la protesta dei minatori fino ai contrabbandieri a Napoli. Poi, ho avuto la possibilità di partire per l’Afghanistan e raccontare la guerra, è un’esperienza che ripeterei più volte. Se potessi permettermelo, partirei per cercare di capire ciò che accade nel mondo, anche senza la mia macchina fotografica. Sono stato in Bosnia, in LIbano e in Palestina dove a guidarmi è sempre stata la curiosità, come quella di capire perchè continuassero ad accusare i palestinesi di essere terroristi. Parlavo con la gente locale ed erano loro a spiegarmi i perchè di tante cose, da odio e rancore passato al desiderio di riscatto, come quando mi sono imbattuto in ciò che restava di un vecchio campo profughi”. E ammette “Io che ho fotografato per anni la Palestina vorrei fotografare oggi Gaza ma è un’impresa impossibile e l’impressione è che gli stessi media italiani non siano interessati a raccontare cosa succede laggiù. Ci sono stanti giovani fotografi che vorrebbero diventare fotoreporter ma mancano media ed editori disposti a pagare per le loro foto. Al tempo stesso, c’è da parte dei giovani fotografi una maggiore attenzione all’estetica che al soggetto, nella speranza di vincere in qualche concorso, si è perso il gusto del racconto”. Confessa di aver avuto sempre una passione per l’avventura e per Walter Bonatti “Le sue foto raccontavano mondi lontani, come i segreti del Nilo. Da ragazzo immaginavo che mi sarebbe piaciuto fare lo stesso. Da questa curiosità, dalla sete di sapere nasce la passione per la fotografia”. E a chi accosta le sue foto a Letizia Battaglia “Il suo sguardo sulla mafia assomiglia al mio ma nel racconto della camorra ho sempre scelto di andare al di là della semplice rappresentazione dei morti ammazzati, raccontando i blitz, gli arresti, gli sguardi dei ragazzi di camorra”.

Un racconto che prende forma nel bellissimo documentario, anche attraverso le parole di giornalisti come Vittorio Dell’Uva e di fotografi che hanno condiviso con lui l’esperienza di guerra. E’ il regista a spiegare come “Questo documentario si inserisce in una trilogia di lavori dedicati a napoletani che hanno conquistato una risonanza internazionale e Francesco è uno di questi, poichè è un londinese di adozione. E’ stato un mio amico a parlarmi di Francesco, impegnato in quel periodo con una masterclass vicino Napoli, lo contattai e gli chiesi se gli avrebbe fatto piacere che avessi realizzato un film su di lui. Così è cominciato questo viaggio. La cosa più bella è stata quando mi ha aperto il suo archivio, mi sono tuffato nell’universo di questo grande fotografo che ci restituisce l’essenza del lavoro del fotogiornalista, una professione che si sta perdendo. Oggi le foto si limitano a dare informazioni, prima erano strumento di conoscenza, i giornali offrivano la possibilità di lunghi soggiorni nei luoghi di guerra, c’era un contatto forte con la popolazione locale, oggi i giovani fotografi sono pagati pochi euro per il loro lavoro, hanno meno stimoli a usare la loro macchina fotografica per comprendere ciò che vedono. Mi commuove sempre pensare che Francesco aveva 24 anni e decise di percorrere 1200 chilometri a piedi lungo il confine russo afghano per documentare ciò che stava accadendo. Chi lo farebbe oggi? I social ci hanno privato di questa dimensione, ci limitiamo a sfogliare i social ma le fotografie perdono la loro intensità, non riescono a farci rivivere ciò che ha provato il fotografo. E poi mi piace la possibilità di ritrovare nel suo sguardo la sua Napoli e la Sanità, come se emergesse sempre un parallelo tra la realtà di Napoli e il suo sguardo sui luoghi del mondo”. E racconta con orgoglio come “il documentario è stato selezionato al festival di Varsavia e da lì ha preso il volo”.

 

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Floriana Guerriero

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