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Racconto questa storia come se non fosse quella della sequoia di cui sono foglia, perché una meravigliosa pianta può essere descritta solo da chi passa e guarda. Stavolta, invece, io ci sono dentro completamente perché il rigoglioso albero di cui parlo è mia nonna Natalina, nata ad Avellino il 24 dicembre del 1924 ed ivi morta il 26 marzo 2018.

Inizio dal centro. Anni cinquanta. Ad Avellino apre il primo grande magazzino, la Standa, e viene bandito il concorso per la più bella commessa della sede. Zigomi alti, portamento austero, sorriso aperto ma velato di malinconia, vince Natalina Parziale Varrecchia e le mettono anche una bella fascia. La giovane gioisce quel poco che può una donna rimasta vedova a 21 anni con due figli, una di tre e un altro di soli 19 giorni. Il suo amato e parimenti bel marito, Giovanni, è morto a soli 27 anni per una malattia contratta in guerra. Di questo lei avrebbe parlato sempre poco. Spillarle ricordi era difficilissimo: li aveva chiusi in una scatola, come quella cintura fatta nel campo di prigionia inglese con la plastica dei pacchetti di sigarette e portata in dono alla piccola Sofia. Una scatola off limits.

* Natalina non può permettersi cedimenti: e sul dolore costruisce non distrugge come sarebbe più facile fare. Costruisce palazzi d’amore e di possibilità. Ha dovuto imparare troppo presto quello che diventerà il suo motto fino alla fine: “Andiamo avanti!”. Lavora con la religione del lavoro, ama e fa crescere i figli (poi lo farà con i nipoti) con sua madre Elena, avendo sancito con lei un patto d’amore non scritto, quello del femminile che disegna futuro invece di affossare il presente. Natalina va avanti. Ha deciso che fino alla “sistemazione” professionale dei suoi figli lei sarà solo madre. Fatto. I ragazzi insegnano, sono bravi, si sono fatti strada. Ci sono già i nipoti, forse ora una passeggiata ci può stare, dicono le amiche. La fa con un uomo, Vincenzo, che sposa a cinquant’anni. Il piccolo Carmine si farà l’abito buono per il secondo matrimonio della nonna. Il tempo per essere un po’ felici c’è, dura anche, ma poco. Vincenzo De Santis di Mercato San Severino è grosso e buono, solido e gentile ma si ammala e Natalina lo perderà nello stesso ospedale in cui era morto il suo Giovanni.

* La vita ha un grande regista. Il maschio della sua esistenza ora e fino alla fine sarà uno: il figlio Michelangelo. Adorato. Ma il patto d’amore matriarcale-femminile continua con Sofia, Natascia, cioè io, Simona e Angela. Questa sequoia, che è stata la prima lettrice di ogni giornale scritto e diretto da Gianni Festa, ci ha insegnato ogni cosa senza dirci che lo stava facendo, perché sapeva, senza filosofeggiare, che l’amore è rivoluzionario.

di Natascia Festa edito dal Quotidiano del Sud

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