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La strage dei golpisti in Myanmar

Di Matteo Galasso

Sono passati quasi due mesi da quando, l’1 febbraio un colpo di Stato militare ha coinvolto il Myanmar, una nazione di circa 60 milioni di abitanti nella penisola indocinese. Da allora, con sempre più frequenza, ci giungono notizie di barbare carneficine – da parte dell’esercito che ha occupato il Paese – di civili disarmati, colpevoli di protestare pacificamente contro la dittatura da poco instauratasi. L’ultima avvenuta proprio lo scorso sabato, in occasione dell’anniversario delle Forze armate Birmane, in cui i militari, senza alcuna pietà, hanno aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendone 114, tra i quali un bambino di soli cinque anni. Il giorno dopo, ai funerali di una delle vittime, un ventenne, la polizia ha iniziato a sparare sulla folla.

Possiamo ricondurre questo colpo di Stato a dinamiche risalenti a mesi prima della data in cui è avvenuto. Le ultime elezioni legislative generali, tenutesi l’8 novembre scorso, hanno visto una netta vittoria – con l’83% delle preferenze – di Aung San SuuKyi, leader della Lega Nazionale della democrazia e Premio Nobel per la Pace. Il suo Partito, nato durante le proteste anti-militari del 1988, è stato da sempre indirizzato a costituire una democrazia elettiva, superando la dittatura militare che ha governato il Paese dal 1962 (anno del primo colpo di Stato) al 2011. Nonostante la LND abbia ricevuto un appoggio significativo da parte dei cittadini in tutte le prove di democrazia del Paese a partire dal 1988, ha avuto la possibilità di governarlo solo a partire dal 2016, a causa degli annullamenti e boicottaggi dell’esercito che si sono susseguiti di elezione in elezione. Dopo le prime elezioni relativamente libere del Paese, il Partito ha vinto e siglato un accordo con i militari, i quali hanno comunque mantenuto indipendenza dal parlamento e dal governo, controllando tra l’altro i ministeri più decisivi. L’obiettivo è stato quello di costruire una repubblica democratica e dare al Paese una Costituzione con la quale si potesse garantire il rispetto dei diritti umani provando a progettare uno economia aperta e dinamica, oltre che a uno sviluppo tecnologico del Paese, di fatto uno dei più poveri e meno sviluppati al mondo a causa di anni di embargo internazionale, isolamento economico e dittatura militare.

Le ultime elezioni sono state contestate il successivo 26 gennaio dal leader del Partito dell’Unione, della solidarietà e dello sviluppo, nonché capo del Tatmadaw, l’esercito Birmano, Min Aung Hlaing, nonostante quest’ultimo avesse affermato che ne avrebbe accettato il risultato. Una serie di dichiarazioni di quest’ultimo avrebbero preannunciato il golpe: avrebbe, infatti, dichiarato in una video-conferenza con l’accademia militare, che la Costituzione sarebbe potuta essere abolita, in caso la Commissione Elettorale non avesse preso in considerazione le segnalazioni di frode e brogli, immotivate, formulate dall’esercito. Dopo la diffusione della notizia, l’arma ha smentito tale dichiarazione, giurando il giorno dopo di essere fedele alla Costituzione.

Il seguente lunedì mattina, però, i militari, bloccando strade, reti internet mobili e servizi telefonici delle principali città, nonché l’aeroporto di Rangoon, hanno arrestato la maggior parte dei parlamentari della LND, oltre ai governatori di varie regioni, deponendo il Presidente Win Mint, sostituito dal suo vice-presidente, e lo stesso Primo Ministro e consigliere di Stato San Suu Kyi, che rischia fino a due anni di carcere. Le forze armate hanno poi dichiarato lo stato di emergenza per un anno, istituendo un governo ad interim composto da 11 generali, abolendo i 24 ministeri governativi, con l’attenuante di ripristinare una democrazia multipartitica e funzionante, preservando la stabilità del Paese. Al momento sembra però che il nuovo Consigliere di Stato abbia soltanto tutelato gli interessi finanziari della propria famiglia e dell’esercito. È poco credibile che l’obiettivo dei militari sia realmente questo: i cittadini che protestano vengono addirittura minacciati di morte.

San SuuKyi resta molto popolare nel Paese ed è difficile che il popolo si piegherà nuovamente alle forze armate, alle quali si devono solo la miseria e le disuguaglianze che rendono il Myanmar uno dei Paesi più poveri del mondo.

Già dal giorno successivo all’insediamento della giunta militare sono iniziate le prime proteste pacifiche, organizzate da attivisti pro-democrazia che criticano l’ingiustizia e l’illegittimità della dittatura, chiedendo la liberazione dei leader legittimamente eletti dal popolo. Manifestazioni purtroppo represse con la violenza più barbara: i militari sembrano disposti a colpire chiunque prenda parte alle proteste. Al momento le vittime registrate dall’inizio del golpe sarebbero più di 400, circa 3000 gli arresti. L’evento più paradossale si è verificato quando il Generale Min Aung Hlaing affermava in diretta tv che l’esercito avrebbe continuato a proteggere i cittadini, mentre i militari continuavano a sparare sulla folla inerme. Tra le proteste anche quelle degli operatori del settore sanitario, che rifiutano categoricamente durante la pandemia migliaia di morti e l’instaurazione di una dittatura.

Gli stessi generali dell’esercito che hanno fatto un passo indietro nel 2011 per favorire una situazione di apparente democrazia, hanno oggi deciso di soffocare di fatto ogni prospettiva di sviluppo economico e sociale che il Paese stava intraprendendo. Ciò testimonia la debolezza dell’esperienza democratica, soppressa rapidamente, nonostante fosse voluta dalla maggior parte degli elettori.

Le reazioni internazionali sono state concrete ma non compatte: la bozza di condanna al golpe dell’ONU è stata respinta per volere della Cina. Il G7 e gli altri Paesi europei e occidentali hanno condannato il golpe sanzionando gli undici generali responsabili. Purtroppo, però, con le sanzioni non cambieranno le cose, se non in negativo. Si affamerà ancora di più un popolo già stremato e sottosviluppato economicamente da decenni di dittatura militare e aumenteranno le disuguaglianze tra la cerchia privilegiata dei militari e il resto del Paese. Sarà difficile sbloccare questa situazione, ma impossibile senza un contributo internazionale concreto.

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