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Mentre la nave Ocean Viking continua a navigare a vuoto in attesa che qualcuno le indichi un porto di sbarco per i 572 naufraghi stremati raccolti nel Mediterraneo centrale, si è tenuta mercoledì scorso al Senato una conferenza stampa con la quale è stato presentato l’appello che 29 organizzazioni laiche e religiose hanno rivolto al Presidente Draghi, chiedendogli di fermare la strage nel Mediterraneo e cancellare il memorandum con la Libia. Alla vigilia del dibattito parlamentare sul rifinanziamento delle missioni militari italiane è emerso che il Governo italiano ha deciso di incrementare i fondi concessi alla c.d. Guardia costiera libica e rafforzarne l’assistenza tecnica e militare.

“La cronaca di queste settimane in più occasioni – sostiene l’appello – ha dato conto di stragi e tragedie che continuano a consumarsi sotto i nostri occhi nel Mediterraneo, sulle coste italiane e su quelle libiche. Dal 2017, anno della firma da parte del nostro Governo del Memorandum con la Libia, oltre alla strage di innocenti in mare, assistiamo all’ intervento della cosiddetta Guardia costiera libica, finanziata con risorse italiane e della Ue, che ha operato respingimenti riconducendo più di 60 mila persone nei centri di detenzione governativi e soprattutto, fatto ancor più grave, in quelli gestiti dalle milizie paramilitari.(..)  Non è accettabile che si parli di ‘salvataggi dei naufraghi’, quando nelle sedi istituzionali europee e nazionali è ben noto che essere riportati in Libia significa essere condannati a violenze, torture e abusi di ogni tipo. L’unica alternativa possibile alle morti in mare non può essere finanziare missioni il cui fine è quello di ricondurre i naufraghi in luoghi dove vengono detenuti e le loro vite sono messe a rischio.”

In realtà la missione affidata alla Guardia costiera libica non è quella di recuperare i naufraghi per salvarli, bensì quella di fermare il flusso dei profughi diretti verso l’Italia con mezzi di fortuna, come dimostra l’intervento di una motovedetta libica (donata dall’Italia), che ha inseguito una delle poche imbarcazioni di migranti capace di navigare ed ha tentato di affondarla per evitare che arrivasse a Lampedusa. Sull’episodio è stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Agrigento per tentativo di naufragio. In altre parole la c.d. Guardia costiera libica è l’agente di cui si servono l’Italia e la UE per operare quei respingimenti collettivi in alto mare che gli Stati europei non possono compiere direttamente data la loro plateale illegalità, accertata e sanzionata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. A queste operazioni, in realtà l’Italia presta un supporto diretto tramite la nostra nave militare di stanza a Tripoli che fornisce anche i sistemi di comunicazione per coordinare la cattura dei migranti. Come ha osservato il sen. Gregorio De Falco: “sotto il profilo giuridico l’Italia è autrice di questi delitti, non complice. Stiamo facendo noi i respingimenti».

Secondo le stime dell’ONU sono 886 i morti accertati nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno e più di 13.000 le persone intercettate e riportate in Libia. Questi numeri sono aridi e non scalfiscono il muro di indifferenza alzato dai media e dalle istituzioni politiche. Però, dietro ognuno di questi numeri, c’è un volto, c’è una storia drammatica fatta di persecuzioni e sofferenze, di sacrifici inenarrabili, di sogni infranti per sempre. Per guardare al di là dei numeri e prendere conoscenza della sostanza umana che c’è dietro le statistiche può essere utile la testimonianza di un ragazzo che ce l’ha fatta, che miracolosamente è riuscito a realizzare il suo sogno. Si tratta del romanzo autobiografico che Cherif Karamoko ha scritto in collaborazione con il giornalista Giulio Di Feo (salvati tu che hai un sogno, Mondadori, 2021). In sei anni Cherif è passato dall’inferno della Guinea al debutto in serie B come calciatore del Padoa. Nel suo libro ci parla del doppio viaggio dalla Guinea al sud della Libia e da qui alla costa del Mediterraneo per l’imbarco. E’ un viaggio che passa attraverso imboscate, estorsioni, torture, la fame, la sete, il caldo micidiale, sofferenze indicibili. Il giorno prima dell’imbarco, alla notizia che quelli prima di loro non ce l’hanno fatta, il ragazzo ha paura e scoppia in un pianto. A questo punto il fratello maggiore, Mory, che fino a quel momento l’ha protetto in tutti i modi, sbotta: “ti hanno imprigionato, torturato, non hai bevuto e mangiato per giorni, hai fatto un viaggio che nemmeno gli animali potrebbero sopportare, eppure sei qui e piangi ancora”. Quando l’imbarcazione si sfascia e tutti si trovano in acqua, prima di scomparire fra i flutti, Mory passa al fratello uno dei pochissimi salvagenti, glielo allaccia e lo esorta a resistere: “devi salvarti tu che hai un sogno”.

di Domenico Gallo

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