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Eutanasia legale. Intervista a Lorenzo Mineo, coordinatore regionale dell’iniziativa

Di Matteo Galasso

Il tema del fine vita è in queste settimane al centro di contrastanti dibattiti nel nostro Paese. Oggi in Italia possono porre fine alle loro sofferenze solo i pazienti per cui risulti sufficiente l’interruzione delle terapie, come previsto dalla Legge 219/2017, altrimenti l’eutanasia attiva, secondo il nostro Codice Penale, è ancora assimilabile all’omicidio volontario. Un quesito referendario è stato attivato da una serie di associazioni, movimenti e partiti e si pone l’obiettivo di introdurre l’eutanasia legale tramite l’abrogazione parziale dell’art. 579 c.p. che punisce l’omicidio del consenziente. Ne parliamo con Lorenzo Mineo, coordinatore per la nostra regione dell’iniziativa.

 

Lorenzo Mineo, iniziamo a fare un po’ di chiarezza sul referendum: perché rendere legale l’eutanasia nel nostro Paese?

Non solo permettere alle persone di interrompere le proprie sofferenze è una conquista di civiltà, ma servirebbe anche a non mettere a rischio, da un punto di vista penale, i medici che le aiutano a morire: ad oggi si rischiano fino a 15 anni di carcere. L’eutanasia, che ci piaccia o no, esiste già in modo clandestino. Il referendum popolare è, di fatto, l’unica strada percorribile per imporre nell’agenda legislativa una proposta che altrimenti sarebbe sempre marginale. Fin dal 2013 era stata depositata da parte dell’Associazione Luca Coscioni una proposta di legge di iniziativa popolare per l’eutanasia legale, senza che in otto anni sia mai stata discussa dal Parlamento.

 

In Europa siamo un po’ indietro sul fronte eutanasia: crede che una vittoria del sì al referendum– in caso si riuscisse a realizzarlo – smuoverebbe le acque anche in altri Paesi occidentali?

In realtà sì. Si sta, già ad oggi, realizzando un effetto domino sulla legalizzazione dell’eutanasia nei Paesi Europei: in Olanda e Belgio è già legale, così come in Spagna, mentre in Francia è stata avviata una discussione parlamentare. L’Italia non è sicuramente indietro per quanto riguarda questo tema: ci sono stati diversi casi giudiziari, come quelli di Dj Fabo e Davide Trentini, che hanno smosso le acque e ci hanno fatto arrivare a diverse conquiste di diritti per i pazienti. Resta il fatto che – pur avendo a che fare con diverse sentenze anche della Corte Costituzionale – manca una legge vera e propria che ci permetta di fare un’analisi generale e non analizzare caso per caso. Speriamo innanzitutto che ci sia il referendum e che in caso di vittoria possa favorire quest’ondata che si sta propagando in Europa.

 

Una società civile non dovrebbe imporre a nessuno una condizione di sofferenza provocata da una grave malattia o un problema fisico permanente e irrisolvibile: come risponde a chi si oppone a questa proposta?

Se anche si può essere contrari da un punto di vista personale– per convinzioni religiose o di altro tipo –non si può imporre agli altri di non fare questa scelta: se così fosse, non si rispetterebbe lo Stato democratico e di diritto. Non vedo perché questa proposta, che riguarda una scelta legata alla libertà personale senza che si leda in alcun modo quella collettiva, debba essere proibita in nome di una concezione soggettiva. Distinguerei, quindi, la posizione individuale – che rispetto – da un’imposizione che si vuole fare sulla vita di qualcun altro e sull’intera collettività.

 

Il Vaticano ha definito quella dell’eutanasia una concezione pericolosa. Nel 2021, però, avremmo più bisogno di norme che ci aiutino a diventare una società più civile, dove non è necessario soffrire per anni in caso di una malattia terminale e senza possibilità di guarigione. Perché, secondo Lei, c’è ancora chi esorcizza quello che essenzialmente è il riconoscimento di un diritto umano?

Mentre su altre questioni ci sono state delle aperture da parte del Vaticano, che hanno marcato una differenza rispetto a quelle che aveva in passato, su questo tema non si sono ancora messi a passo coi tempi. Ma in virtù delle esigenze di una società che muta credo sia necessario, per forza di cose, mutare anche la propria dottrina. Il fatto che però la Chiesa esprima una sua posizione è – per quanto ne vogliamo – legittimo. Ciò che mi auguro non accada è che durante il referendum ci siano politici che, solo perché credenti, esprimano posizioni contrarie alla proposta: se questo dovesse accadere, la laicità che si trova alla base della nostra democrazia verrebbe meno.

 

Secondo il sondaggio di Eurispes, nel 2021 il 70,4% degli italiani è a favore dell’eutanasia e quindi ci sarebbero ottime possibilità di raggiungere l’obiettivo. Più in generale, da sinistra a destra, questa battaglia include esponenti di quasi tutte le formazioni politiche: non crede sia giusto costituire un unico fronte compatto, in Parlamento e fuori, per permettere ai cittadini di esprimere senza condizionamenti partitici il proprio pensiero?

Assolutamente. Credo che questo sia il metodo con cui la classe politica debba rispondere, oggi come oggi, a tutte le esigenze della popolazione e non solo all’eutanasia: mettere da parte schieramenti politici e logiche di fazione, deliberando la propria posizione in base ai temi e unendosi, se necessario, in modo traversale su proposte sulle quali si è d’accordo a prescindere dalla propria posizione o dal partito di appartenenza. Il fatto che siamo arrivati a 850.000 firme dimostra che gli Italiani esprimano la loro volontà a prescindere che siano di destra o di sinistra. La nostra strategia è proprio questa e credo che la caratteristica che i cittadini sapranno distinguere è che si sta votando non per un partito o per un altro, ma per un diritto e una conquista di civiltà che viene portata avanti senza badare al proprio colore politico.

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