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Avevo solo diciassette anni quando mi avvicinai al giornalismo. Fu Silvio Iannuzzi, un collaboratore del Corriere dell’Irpinia, a condurmi nella tipografia Pergola. Il mio primo articolo fu sul centro storico di Avellino, abbandonato a se stesso. “Uomini e topi” titolai quel breve articolo che rifletteva su quelle che erano le condizioni umane e urbanistiche di Fornelle, Fosso Santa Lucia e vicoli adiacenti. Oggi la geografia della zona è cambiata con palazzi moderni e strade asfaltate, ma di quella storia conserva la memoria Fontana Tecta, monumento sopravvissuto allo scempio edilizio. Con il passare del tempo rimasi affascinato dal modo di fare un giornale e da allora ho sacrificato tutto per questa passione non più nascosta. La prima chiamata di responsabilità me la fece il caro Fulvio Pergola. Ero a Stresa per un convegno nazionale dei giovani della Cisl, di cui ero il delegato provinciale dell’Irpinia. “Devi tornare subito ad Avellino” , mi disse con voce tremante Adriana Pergola che con Fulvio portava avanti la storica tipografia. Era morto il direttore del Corriere dell’ Irpinia, Angelo Scalpati, personaggio sanguigno, sulliano, ma spesso in dissenso con il potere, pur essendo sindaco della città. Per tutto il lungo viaggio in treno pensavo che cosa avrei potuto scrivere del mio direttore. Quando giunsi in redazione, maturai l’idea. Al posto del fondo dove solitamente scriveva Scalpati, titolai su due colonne “Ho Finito” e in calce firmai Angelo Scalpati. Prima di allora nessun giornale italiano aveva osato tanto e la notizia fece scalpore. Di nome il successore di Scalpati fu Hermann Carbone che, però, si vide raramente in redazione mentre di fatto il giornale veniva successivamente firmato dal sottoscritto e dall’editore Fulvio Pergola. Alcuni mesi dopo fui io a dirigerlo, prima della mia grande esaltante esperienza a “Il Mattino” di Napoli, nella cui redazione ho svolto diversi ruoli fino a quello di inviato speciale, girando mare e monti, italiani ed esteri. Ma il Corriere rimaneva sempre nel mio cuore. Avevo occupato lo studiolo a mezzanino di Guido Dorso e lì cominciai a studiare, attraverso le letture degli articoli del grande direttore, la questione meridionale: le penalizzazioni del Sud rispetto ai favoritismi riservati al nord, il ruolo della classe dirigente meridionale spesso trasformista e clientelare oltre che subordinata ai grandi gruppi di potere. Queste lezioni diventarono il mio riferimento umano e professionale. Quando lasciai “Il Mattino” e tornai ad Avellino, mi avventurai, dietro le forti pressioni di alcuni giovani giornalisti in cerca di lavoro, nel fondare il primo quotidiano locale a cui detti il nome di “Ottopagine”, in considerazione che otto erano le pagine dell’edizione. Ma quando gli editori iniziarono a fare pressioni su di me per utilizzare il giornale per i propri interessi, il divorzio non solo si consumò con le modalità dell’agguato, ma il mio nome, comparso sotto la testata, fu completamente cancellato con rancore. Ma il successo della mia direzione non fu mai più raggiunto. Ed ecco la svolta. Tra i mesi di aprile e maggio del 2000, insieme a un gruppo di amici, decisi di autofinanziarmi per dare vita a un altro quotidiano. Quando mio figlio Carmine mi suggerì il nome della testata “Corriere Quotidiano dell’Irpinia” non ebbi esitazione. Era quello il mio sogno. E da allora ho continuato senza sosta nell’impegno meridionalista che mi aveva insegnato Guido Dorso. Tra alterne vicende, ma sempre rispettoso dei valori di verità, equità, autonomia e libertà.

Gianni Festa

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