Martedì, 29 Settembre 2026
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“Sono tornato” è il titolo del film di Luca Miniero, uscito nel febbraio 2018, fondato su una intuizione di fantapolitica: il 28 aprile 2017 nel bel mezzo di Piazza Vittorio si materializza il Duce in persona, risorto proprio nel giorno della sua morte. La trama del film si confronta con l’ambiguità dei sentimenti di fascino o ripudio che la riapparizione traumatica del Duce può provocare. Tutti quanti abbiamo sorriso di questa provocazione, però adesso, dopo due anni scopriamo che si tratta di una profezia nera che si sta autoavverando. Non a Roma, ma a Budapest il Duce è risorto, non il 28 aprile 2017, ma il 30 marzo 2020, quando il Parlamento ungherese ha votato una legge che concede al premier Viktor Orban pieni poteri a tempo indeterminato per fronteggiare l’emergenza sanitaria determinata dalla pandemia del COVID-19. La legge prevede (art. 2) che il Governo, mediante decreto, può sospendere l’applicazione di talune leggi, introdurre deroghe a disposizioni normative e adottare ogni altra misura ritenuta necessaria. Il Parlamento non può mettere becco in tali decreti, che non devono essere sottoposti ad alcun tipo di controllo, Sono inoltre introdotte due nuove disposizioni penali, una in particolare, rende possibile la criminalizzazione con sanzioni fino a cinque anni di carcere tutti coloro che diffonderanno critiche sulla gestione dell’allarme sanitario, sullo stato della sanità pubblica o su altre decisioni del potere politico. La legge non pone alcun limite temporale all’esercizio di questi poteri straordinari e sarà lo stesso Orban a decidere a suo insindacabile giudizio quando porre fine allo stato di emergenza. In sostanza, prendendo a pretesto l’emergenza sanitaria, Orban si è fatto incoronare Duce. In realtà la legge sui pieni poteri a Orban non arriva come un fulmine a ciel sereno ma è lo sbocco di un processo politico-costituzionale che ha portato a smantellare, passo dopo passo, i meccanismi dello Stato di diritto in Ungheria mirando all’instaurazione di una “democrazia illiberale”, come definita dai suoi stessi artefici.  L’evoluzione in atto in Ungheria costituisce un oltraggio ai valori su cui si basa la convivenza fra le nazioni Europee. Il 12 settembre 2018, il Parlamento Europeo ha approvato una Risoluzione proponendo al Consiglio Europeo di constatare l’esistenza di violazioni gravi e persistenti dei principi fondamentali da parte dell’Ungheria e di disporre le sanzioni previste dai Trattati. La risoluzione individua i punti di crisi praticamente in tutti gli aspetti della vita politico istituzionale, in particolare per quanto riguarda, fra l’altro, il funzionamento del sistema costituzionale ed elettorale, le limitazioni all’indipendenza della magistratura e delle altre istituzioni, le limitazioni alla libertà di espressione, alla libertà accademica, alla libertà di religione e di associazione. Una particolare attenzione viene dedicata alla violazione dei diritti delle persone appartenenti a minoranze, inclusi rom ed ebrei, e dei diritti fondamentali di migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Infine per quanto riguarda i diritti economici e sociali, la Risoluzione punta il dito contro la criminalizzazione dei senza tetto, la mancanza di protezione dei diritti sociali e l’inibizione del diritto di sciopero, reso illegale in via di principio dal dicembre 2010. Intervenendo nella discussione la deputata leghista italiana Mara Bizzotto così si è espressa: “ benvenuto Presidente Orbán. Lei, carissimo Orbán, è un eroe dentro questo Parlamento, un eroe che lotta per la libertà e la sovranità del proprio popolo, contro l’Unione sovietica europea. Il popolo ungherese è sotto attacco di questa Europa, schiava delle lobby, delle banche e dei finanzieri alla Soros. Ecco perché oggi Bruxelles attacca Orbán in Ungheria, e domani attaccherà l’Italia e il nostro leader Matteo Salvini” Non c’è da meravigliarsi quindi se Salvini abbia respinto ogni critica verso il premier ungherese, non nascondendo una punta d’invidia per quei “pieni poteri” che l’estate scorsa egli aveva rivendicato senza successo. Poiché il modello ungherese affascina tanto i politici italiani, massima deve essere la consapevolezza dei rischi che corriamo nel nostro paese. Negli anni 30 del secolo scorso gli antifascisti si mobilitavano al grido di Carlo Rosselli: oggi in Spagna, domani in Italia. In questo tempo infame in cui i valori dell’antifascismo sono rovesciati, la pandemia può essere un’ottima occasione per importare in Italia il modello ungherese: oggi in Ungheria, domani in Italia?

di Domenico Gallo

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