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ArcelorMittal un anno dopo: cortei, polemiche e divisioni. E i lavoratori restano senza futuro

Il 12 marzo del 2025 lo stabilimento ArcelorMittal chiudeva i battenti. Leader mondiale nel settore dell’acciaio, la multinazionale indiana ha operato per anni nell’area industriale di San Mango sul Calore, con un sito specializzato nella trasformazione di acciaio zincato in preverniciato per il mercato edile ed elettrodomestico. Alla base della decisione, che allora aveva coinvolto circa 70 lavoratori (oggi, tra uscite incentivate e altro, ne sono rimasti 32), la difficile congiuntura del mercato siderurgico, penalizzato dalle crescenti importazioni dall’Europa e dall’elevato costo dell’energia, e soprattutto la posizione geografica poco competitiva dell’area industriale che si traduceva in notevoli costi di trasporto e spedizione, oltre ad una produttività comunque inferiore alla media nazionale. Questo, più o meno, si scrisse e si disse allora, quando il gigante dell’acciaio decise di disinvestire in Irpinia.

Da allora è successo un po’ di tutto, ma poi alla fine, a rifletterci bene, fondamentalmente niente. I lavoratori senza futuro, come detto, si sono più che dimezzati, ma lo stabilimento è ancora chiuso, oggi come allora. In questi mesi si sono avviate, tra le altre, due trattative più o meno importanti ma, purtroppo, è servito a poco. La prima azienda a farsi avanti è stata la sannita Idroambiente, specializzata nel settore edile, nei lavori di ingegneria civile, nella manutenzione, conduzione, presidio e regolazione di complessi acquedottistici e centrali di sollevamento per acque potabili nonché nell’installazione e manutenzione di impianti elettrici e idrosanitari. Sembrava tutto fatto fino allo scorso mese di settembre, poi il dietrofront che ha di fatto aperto le porte alle Fonderie Pisano di Salerno. Anche in questo caso si attendeva solo la fumata bianca (poi anche arrivata): sul piatto c’era un investimento di circa 20 milioni e un piano di rilancio che, una volta a regime (entro due anni), avrebbe raddoppiato gli attuali livelli occupazionali. La bonifica del sito era a carico di ArcelorMittal. Questi i punti chiave di un accordo sottoscritto in Regione lo scorso 21 novembre.

Poi, dopo un paio di settimane, quando i lavoratori pregustavano già un Natale sereno e leggero, i primi dubbi, poi diventati rapidamente “no”, sempre più fermi e convinti. Il sindaco di Luogosano guida la protesta degli amministratori locali, nasce il comitato “Salviamo la Valle del Calore” che trova sostegno nell’imprenditoria del vino in primis (ma non solo) e anche in tanti cittadini: tutti preoccupati dall’impatto ambientale dell’investimento. L’azienda assicura che saranno rispettate tutte le normative in materia e che il ciclo produttivo è assolutamente sostenibile. Si organizzano tavoli di confronto, grazie soprattutto alla Prefettura, ma le parti sembrano ormai cristallizzate, non sembra esserci più spazio per un confronto nel merito: al fianco degli imprenditori, ma soprattutto dei lavoratori, è rimasto praticamente solo il sindacato e pezzi sparsi di industria locale. Alcuni, anche per il ruolo istituzionale ricoperto, restano più o meno equidistanti e provano a mediare, molti altri confermano la loro contrarietà. Si torna in Regione e, di fatto, si affida tutto o quasi al Governatore Fico e agli assessori competenti. Ora, a pochi giorni di distanza dal 12 marzo del 2026, si attende un segnale da Napoli per una nuova trattativa, un nuovo imprenditore, una nuova speranza. Di sicuro, al momento, c’è solo una manifestazione, l’ennesima, organizzata dalla Fiom e dalle altre sigle davanti alla Prefettura.

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