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Un notevole freno allo sviluppo del Paese è costituito dalla burocrazia. Non quella dal significato naturale di: ”complesso dei funzionari che, articolati in vari gradi gerarchici, svolgono nello Stato le funzioni della Pubblica Amministrazione”, ma quella intesa, in senso astratto,  come “il potere assunto negli Stati moderni, dalla massa dei funzionari, soprattutto come effetto del moltiplicarsi delle funzioni dello Stato e degli Enti pubblici; nell’uso della parola, è in genere implicita un’allusione negativa. Osservanza esagerata dei regolamenti specie nella forma esteriore,” (Dizionario Treccani).

La causa principale della degenerazione è data dal numero smisurato di leggi e Regolamenti che vi sono in Italia, di gran lunga superiore a quello degli altri Stati europei: 150.000 e più. In Francia sono solo 7.000, in Germania 5.500 e nel Regno Unito appena 3.000. Con tutto ciò Il Parlamento continua a sfornare leggi in numero doppio se non triplo del resto d’Europa. Ma non è soltanto la quantità delle leggi a far degenerare il sistema quanto la loro astrusità e illeggibilità. L’interpretazione non è facile neanche per gli esperti, figurarsi per i cittadini. Una marea di parole astruse; di rinvii ad altre norme; di correzioni di commi di altre leggi che a loro volta richiamano altre leggi; di sostituzioni di parole. Il funzionario pubblico si perde in questa babele ed ha bisogno degli esperti che sono sempre ai vertici, Il privato ci rinuncia o si rivolge, con aggravio di spese e di rischi, ai consulenti, ai ragionieri ai commercialisti, i quali, nella maggior parte dei casi, a loro volta si affidano alla stampa specializzata, non sempre risolvendo i problemi.

Venti secoli fa lo storico Tacito ammoniva: ”Corruptissima Res publica, plurimae leges” (l’emanazione di tante leggi crea uno Stato corrotto). Tacito non è il solo ad aver denunciato il fenomeno. Nel corso dei secoli la denuncia è stata costante. Da ultimo Barbieri e Giavazzi hanno stigmatizzato il fenomeno in un loro saggio: “I Signori del tempo perso” rilevando che i poteri apicali della P.A hanno acquistato un potere in grado di ostacolare le riforme e di impedire un corretto e veloce iter amministrativo. Non solo è necessario ridurre il numero delle leggi, ma è altrettanto necessario renderle leggibili, magari unendole in testi unici con l’abolizione delle norme non comprese in essi, decentrando e semplificando le decisioni a livello territoriale.

Questa riforma, come le altre, del resto, che sono utili allo sviluppo, sono a costo zero, ma difficilissime da realizzare per l’opposizione, fortissima anche il Parlamento, dei potenti Signori che perderebbero soldi e poteri. Ci guadagnerebbe il superiore interesse dello Stato, ma a loro non importa. In questi ultimi trenta anni molti Governi, almeno a parole, hanno provato a metterci una pezza, a cominciare dal ministro Calderoli che si fece fotografare con un lancia fiamme che bruciava – a suo dire -migliaia di leggi inutili, continuando con Brunetta, rimasto famoso per i suoi tornelli che avrebbero impedito l’uscita degli impiegati dagli Uffici durante l’orario di lavoro, per finire alla Madia che riuscì a far emanare un Decreto Legislativo, il n.150 del 2009 che, correggendo la riforma Brunetta, era finalizzato alla ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico  e alla efficienza e trasparenza delle Pubbliche Amministrazioni. Doveva migliorare l’organizzazione del lavoro, gli standard produttivi, l’incentivazione della qualità delle prestazioni, la meritocrazia, la semplificazione. Di quel decreto non è rimasto quasi nulla perché osteggiato dai Signori burocrati e conseguentemente rimasto inapplicato. E, comunque, non affrontava la causa principale che risiede soprattutto nel numero delle Leggi e della loro difficilissima interpretazione e conseguente applicazione. Il ministro Fraccaro, attualmente in carica, ha promesso il taglio di 400 leggi. C’è da credergli? L’aveva promesso anche Di Maio! E comunque 400 leggi sono poche, molto poche e non risolvono il problema.

di Nino Lanzetta

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